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Da CORRIERE DELLA SERA del 7 maggio 2008
Vittorio Pezzuto racconta l'uomo che ha inventato Portobello ed è finito in carcere
TORTORA, BIOGRAFIA DI UN'INGIUSTIZIA
Successo e detenzione, applausi e sputi: una vicenda che cambiò l'Italia

di Giangiacomo Schiavi

Non c'era nessun garante della privacy a indignarsi per quei ferri esibiti davanti alle telecamere la mattina del 17 giugno 1983, ma le immagini di Enzo Tortora con le manette ai polsi all'uscita dall'hotel Plaza di Roma, stropicciato in un giubbino beige tra i carabinieri con la bandoliera bianca, restano lo spettacolo crudele di un'ingiustizia: la messinscena di un processo mediatico, frettoloso e devastante costruito su capi d'accusa improbabili, il primo atto di una corrida da prima pagina che umilia lo stato di diritto e non onora un certo giornalismo. Che storia. E che battaglie tra i pasdaran delle Procure e i garantisti tutti d'un pezzo, tra le poche uniche isolate voci in difesa di un personaggio che da idolo televisivo diventa improvvisamente criminale, spacciatore, camorrista ad honorem, e lo sciame dei cronisti e degli inviati che hanno come fonte la Procura e non accettano di mettere in discussione uno storico blitz con tanto di arresto eccellente.
Bisogna rovesciare la pattumiera di quei giorni per non dimenticare il viaggio di andata e ritorno all'inferno dell'uomo che nell'Italia di venticinque anni fa era il re degli ascolti tv, calunniato e dileggiato da pentiti di camorra, assassini, mitomani come Gianni Melluso chiamato «il bello», mangiabudelle come Pasquale Barra, detto «o' animale» o psicotici come Giovanni Pandico, uno che uccide due passanti perché l'impiegato dell'anagrafe è troppo lento coi certificati.
Il caso Tortora, dunque. Con «Portobello», il pappagallo, la scia nazionalpopolare che lo accompagna da sempre, dai primi esordi televisivi fino alla conduzione della «Domenica Sportiva». Carriera di alti e bassi in sella all'audience. Allontanato dalla Rai sul finire degli anni Sessanta per il clamore di un'intervista: «La televisione italiana è un baraccone, un jet colossale guidato da un gruppo di dissennati. Finché avremo una sola televisione sarà così, sempre in mano ai politici, mai indipendente, mai obiettiva». Rigenerato dal giornalismo: inviato per la «Nazione», tuttologo, polemista, amico del commissario Calabresi, nemico dei sessantottini. Rilanciato dalle tv libere in Lombardia: animatore di «Telealtomilanese», «Antenna 3» con Lucio Flauto e il «Pomofiore», quando Silvio Berlusconi pensava ancora a Milano 2. Richiamato alla Rai, otto anni dopo, per la saga che il venerdì sera sbanca gli indici d'ascolto e porta il Belpaese in tv.
L'arresto è un big bang. Dagli applausi agli sputi, come il titolo del bel libro di Vittorio Pezzuto che ricostruisce le due vite di Enzo Tortora. La prima finita con le manette ai polsi in una cella di Regina Coeli. L'altra: una battaglia per dimostrare che un innocente non è colpevole. Ci vorranno 1185 giorni, l'elezione nelle liste del partito radicale, una condanna a dieci anni per droga e associazione a delinquere a scopo camorristico, il ritorno in carcere, la rinuncia all'immunità parlamentare, la sentenza d'appello che smonta una per una l'impianto accusatorio riprendendo il j'accuse di Leonardo Sciascia alla magistratura inquirente: «...Vorrei sapere se è vero che l'accusa di usare i soldi raccolti per i terremotati è fatta da un anonimo, se è vero che il mandato di cattura è stato spiccato per la denuncia di due pentiti, se è vero che un decina di persone sono state arrestate nell'intento di trovarne una sola, se è vero che duecento persone sono state arrestate per omonimia...».
Tortora è una pagina nera della giustizia e Pezzuto non fa sconti: è severo con quello che chiama il «giornalismo antropofago», che non cerca le prove ma si allinea alle Procure. Segnala le poche firme controvento; in testa c'è Enzo Biagi: «E se fosse innocente?», si domanda per primo. E subito aggiunge: «È difficile difendersi da una colpa inesistente». Lo seguono Indro Montanelli («Le prove escono da fogne sociali in cui domina la menzogna») e Giorgio Bocca («Assolto lui, crollerebbe l'intero castello dell'accusa»). Ma c'è anche il cronista solitario Vittorio Feltri, che sul Corriere si oppone alla crocefissione di Tortora e racconta in solitario le magagne dell'inchiesta. E c'è un collega che si pente: Paolo Gambescia, inviato del Messaggero. «Ho contribuito a distruggere un uomo. Non sono stato il solo, ma questo è stato il più grosso errore della mia carriera». Chapeau.
«Applausi e sputi» è un libro duro, spietato, contro la rimozione collettiva. Per dare speranza a quell'illusione che Sciascia ricorda nel saluto all'amico che si è battuto con lui per una giustizia giusta. E perché «siano garantiti i diritti alla difesa», scrive Alessandro Galante Garrone. Il caso Tortora, per il grande giurista, «non è soltanto nell'angosciosa vicenda che lui sta vivendo, è il, caso del diritto, della giustizia».
Tortora resta un rimorso nazionale, dirà la sorella Anna. Sull'urna, il 20 maggio 1988, i familiari fanno scrivere: «Che non sia un'illusione». Ma vent'anni dopo qualcuno di quelli che hanno sbagliato, ha pagato o chiesto scusa? Bastano le parole di uno dei tanti pentiti, Gianni Melluso («Ho fatto male a un innocente ma ero inchiodato a un copione che dovevo recitare») per risarcire la memoria di un'ingiustizia? Non dimentichi, caro Tortora, gli scrivono 200 detenuti. «...Non dimentichi lo Stato di leggi speciali che permette al pluriassassino di discolparsi, a scapito del costituzionalmente innocente e non ancora colpevole cittadino, guadagnandosi la libertà con i trenta danari di Giuda». Tortora non dimenticherà. Anche volendolo, non ci riuscirebbe, ricorda Pezzuto. «Sono stato squartato, insultato, aperto, violentato. Questo è un Paese infame e la carcerazione preventiva non è sopportabile dalla coscienza civile». Rimbombano le parole rivolte ai giudici del maxiprocesso: «Io sono innocente. Spero, dal profondo del cuore, che lo siate anche voi». Ha vinto, ma l'umiliazione resta. Forse la paga ancora oggi, con qualche imbarazzato silenzio e una giustizia che è la stessa di ieri.

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