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Da LIBERO del 18 maggio 2008
L'intervento
LA LEZIONE (INUTILE) DEL MARTIRE TORTORA

di Davide Giacalone

Enzo Tortora morì venti anni fa, il 18 maggio 1988. Fu cremato, mentre la giustizia italiana continuava a putrefarsi. Vittorio Feltri descrisse il brindisi dei giornalisti, per festeggiare lo spettacolo della sua condanna a dieci anni di carcere, quale camorrista e spacciatore di droga. Quel gesto incosciente e vile fu una coltellata alla civiltà del diritto. Non fu la prima, ne seguirono moltissime altre. Tortora sperò che l'oltraggio ed il dolore subiti fossero utili al Paese. Mi dispiace, non è stato così.
Non voglio rievocare o commemorare. Parliamo di noi viventi, dei nostri mali. In un libro di Vittorio Pezzuto (“Applausi e sputi”) trovo un elemento prezioso. Tortora non fu solo un conduttore televisivo, ma un giornalista incapace di rinunciare al proprio giudizio. Gli capitò di scrivere, nel 1970, dell'arresto di Lelio Luttazzi e Walter Chiari, accusati di maneggiare cocaina. Tortora, pur augurando loro l'innocenza, sostenne che il mondo dello spettacolo era pieno di droga e che era giusto parlarne, anche a costo di far rotolare qualche testa. Quando però vide in che stato era ridotto l'innocente Luttazzi, ebbe il coraggio di correggersi: aveva trascurato di valutare l'immenso e devastante dramma di chi subisce un'accusa ingiusta. Anni dopo (incredibile!) sarebbe toccato a lui. Purtroppo pochi leggono, e quasi nessuno fra quelli che scrivono. L'esperienza non valse a nulla, la bestia giustizialista tornò a reclamare carne da sbranare. E' ancora così oggi.
A Tortora andò bene. Fu arrestato nel giugno del 1983. Condannato nel gennaio 1985. Poi assolto, con formula piena, nel settembre del 1986. Morì due anni dopo. Oggi è peggio, perché un Travaglio qualsiasi potrebbe continuare a diffamarti per una quindicina d'anni, prima dell'assoluzione. Dopo la quale chiunque può continuare a trovare, grazie a Internet, le “prove, della tua inesistente colpevolezza. La nostra civiltà giuridica lamentò che le critiche la «delegittimavano». La responsabilità civile dei magistrati era considerata un attacco alla giustizia. Dicono ancora le stesse cose, reclamando che il legislatore dialoghi solo con loro. C'è, invece, una sola cosa da farsi: rendere meno grottesco il termine “giustizia”.

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