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Da IL TEMPO del 20 maggio 2008
Vent'anni fa moriva il famoso presentatore
TORTORA, L'ODISSEA DI UN DIVO QUALUNQUE
Tv In un attimo da star divenne imputato

di Marino Collacciani

Piangeva. E io ero lì, a due metri di distanza, a un soffio dal suo dolore, separato da un tramezzo che filtrava lacrime e disperazione, con l'intonaco intriso di tante storie di delinquenza ma anche di grande umanità e di enormi abbagli. E' il 17 giugno del 1983, notte dell'arresto a Roma di Enzo Tortora, un'icona dello schermo che esce dal tubo catodico ed entra nelle case, buca il teleschermo e comunica i primi imput della tv moderna in Italia: un attacco a un Portobello che diventerà l'approdo più insicuro della sua vita. Bombardato da una piratesca azione del pentitismo nascente, Tortora, da stimato giornalista e abile conduttore, si ritrova camorrista e spacciatore. Con la magistratura a sostenere il peso di quella gigantesca menzogna. Alla fine il giornalista dimostrerà la propria assoluta innocenza ma la vicenda lo mina nel fisico, continua a combattere da deputato europeo (eletto nel giugno '84 nelle liste radicali) per la verità e per le ingiustizie patite dagli altri. Resiste meno di cinque anni: il 18 maggio del 1988, vent'anni fa, muore.
L'istantanea del suo arresto, manette ai polsi, è volutamente un atto scenografico: si vuole colpire un uomo ritenuto dalla doppia vita, «un insospettabile finalmente assicurato alla giustizia». «Cosa mi stanno facendo», continuava a ripetere singhiozzando nell'assordante silenzio di una stanzetta del reparto operativo dei carabinieri a via in Selci. Prima di uscire in manette si accorge di aver trascorso l'intera notte con un testimone, il sottoscritto, che ha già dettato “a braccio” il pezzo al giornale. «Non avrai mica scritto che ho pianto», mi dice in un sussulto di orgoglio. Gli rispondo di aver fatto il cronista. Lui capisce e fa per stringermi le mani: non può riuscirci. «Ora non farmi passare più per un pusillanime, saprò vincere anche questa battaglia», fa in tempo ad aggiungere prima che una gragnuola di flash lo investa in pieno giorno: ma quella luce artificiale non basterà a chiarire subito la vicenda.
Sbattuto in carcere a Torino, Enzo Tortora diventa così l'emblema di «una giustizia ingiusta». Ora Vittorio Pezzuto con il libro “Enzo Tortora, l'uomo che visse due volte” (Sperling&Kufner) cerca di cavare le verità più scomode da quella ragnatela “colpevolista”. Un'Italia immemore continua a non voler ricordare Tortora, la sua assoluzione piena dai fatti contestati e quel suo elegante «Dunque, dove eravamo rimasti?» col quale, il 20 febbraio del 1987, riprese su Rai Due il nuovo ciclo di “Portobello”.

COMMENTO DI VITTORIO PEZZUTO
In questo articolo Marino Collacciani riesce a sbagliare il titolo del libro e a scrivere che Tortora venne sbattuto in carcere a Torino (quando invece venne recluso prima nel penitenziario di Regina Coeli a Roma e poi in quello di Bergamo). Errori gravi per un cronista. Ma quello che resta invece imperdonabile è che non abbia colto l'occasione per chiedere finalmente scusa per quanto scritto su “Il Tempo” il 18 giugno 1983 e che ripropongo a pagina 171 del mio libro:


«L'eroe televisivo Enzo Tortora rivela una calma addirittura sospetta al momento dell'arresto. Le labbra mosse con flemma, i muscoli del collo e della faccia tirati e la voce compassata sembrano voler ricordare e riprodurre a tutti i costi il personaggio del piccolo schermo, amato dalle massaie. Alla mia richiesta di un pensiero da rivolgere a tutti coloro che lo conoscono e che intimamente suggestionati dal caldo a avvolgente messaggio televisivo quasi si vergognano di avergli voluto bene, Enzo Tortora non ha avuto esitazioni: “Dovete credermi. E voi colleghi giornalisti italiani dovrete seguire con molta, molta attenzione tutta la vicenda”. Una frase del genere, un attimo prima di entrare nella macchina che punta su Regina Coeli si può prestare a più di una interpretazione. Molto meglio seguire le prime sensazioni, quelle istintive, ma non per questo meno valide. Che Enzo Tortora abbia voluto lanciare un messaggio? Può forse aver voluto dimostrare di sentirsi sicuro e di avere le spalle ben protette?».


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