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Da SORRISI E CANZONI TV del 24 maggio 2008
Editoriale
VENT’ANNI FA MORIVA ENZO TORTORA: MA ABBIAMO IMPARATO QUALCOSA?

di Umberto Brindani

Care lettrici, cari lettori, esattamente 20 anni fa (il 18 maggio 1988) si spegneva Enzo Tortora, stroncato da un tumore ma anche dalle sofferenze per una delle vicende giudiziarie più vergognose che la storia italiana ricordi. In questi giorni si è parlato molto, sui giornali e in tv, del caso Travaglio-Schifani, di magistratura e giornalismo, della differenza tra i «fatti» e la «verità», delle responsabilità di chi fa informazione e di chi amministra la giustizia. E allora conviene fare un salto di 25 anni a ritroso, per tornare a quei giorni infami del 1983 che seguirono al clamoroso arresto del presentatore di “Portobello”, esibito in manette a uso dei fotografi, tenuto mesi e mesi in carcere con accuse completamente inventate, condannato e poi assolto. Ma con la vita devastata.
«Dunque, dove eravamo rimasti?», disse Tortora nell'ultimo commovente ritorno in tv. Ci aiuta a capirlo un bel libro uscito di recente: «Applausi e sputi: le due vite di Enzo Tortora» di Vittorio Pezzuto, Sperling&Kufner. Basta andare all'agghiacciante capitolo sulle reazioni del giorno dopo le manette. Roba da non credere. E' difficile immaginare una più rigida unanimità di giudizio. Praticamente tutti i giornalisti e i commentatori, dalle grandi firme ai cronisti giudiziari di tutte le testate, e tutti senza uno straccio di verifica, concordavano su una tesi molto semplice: se l'hanno arrestato vuol dire che hanno le prove e quindi non può che essere colpevole (uniche eccezioni, un giovane Gianni Riotta, Massimo Fini, Enzo Biagi che per primo si chiese: e se fosse innocente?). Si è visto in seguito quanto era solida l'inchiesta: omonimie, errori, prove costruite, pentiti inattendibili, testimoni naif e inverosimili… Tortora non solo era innocente, ma proprio non c'entrava nulla. Nulla di nulla.
In quei giorni, i primi a manifestare dubbi sulla sua colpevolezza furono i colleghi della tv e dello spettacolo, da Vinello a Costanzo, da Corrado a Minà, da Arbore a Fellini. Ma giornalisti e magistrati no: loro erano sicuri, e lo dicevano e lo scrivevano. E l'opinione pubblica, ovviamente, ci credeva. Tortora che scambiava un pacco di droga in un retropalco. Tortora che prendeva ordini dal camorrista Tutolo… Bufale e invenzioni che diventavano verità incontestabili. Il garantismo? Beh, quella era una fissa dei radicali.
Abbiamo imparato qualcosa da questa vicenda allucinante? Sembrerebbe di no. A volte pare di avere un sistema giudiziario che lascia liberi i colpevoli associato a un sistema dell'informazione che «condanna» regolarmente anche chi è innocente (o lo è fino a prova contraria, come prescriverebbe il codice). Non è sempre così, naturalmente. Spesso i «colpevoli» lo sono davvero, ma ho l'impressione che i brutti vizi siano duri a morire. Ma la verità, i fatti, la moralità, la reputazione delle persone sono oggetti da maneggiare con cura. Perché c'è il rischio di farsi male. E soprattutto di fare del male.

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