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Da AVANTI! del 3 giugno 2008
"Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora", il libro di Vittorio Pezzuto
UN PERSONAGGIO VITTIMA DELL’INGIUSTIZIA


«E' la prima biografia mai realizzata su Enzo Tortora e questa la dice lunga su un Paese che non riesce a coltivare la propria memoria». Così Vittorio Pezzuto ha presentato al Velino il suo libro “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora” (Sperling&Kufner, 521 pagine, 15 euro), uscito in occasione dei venti anni dalla morte del giornalista e i venticinque dall'inizio della sua travagliata vicenda giudiziaria. Un volume frutto dello studio di migliaia di articoli e documenti meticolosamente raccolti da Pezzuto che, ha affermato l'autore, «serve per riscoprire carriera e personalità di un personaggio purtroppo sconosciuto». In effetti Tortora viene oggi ricordato solamente per essere stato l'inventore di “Portobello” o la vittima di un errore giudiziario fallace, quando in realtà fu un giornalista a 360 gradi, autore di notevoli reportage ma soprattutto innovatore del sistema televisivo italiano, come evidenzia Pezzuto nella sua prima parte del libro. “Portobello”, oltre a essere stata la trasmissione più nota e popolare della televisione italiana con punte di 28 milioni di telespettatori, fu soprattutto la culla di tutta una serie di format che vengono ancora oggi riproposti sul piccolo schermo. Fu Enzo Tortora ad aprire la strada al cosiddetto “sommerso televisivo”: i cittadini, da spettatori passivi del video, diventarono protagonisti. Nel 1980 con “L'altra campana” inventò la televisione interattiva e le nomination. Tortora proponeva di guardare il programma a luci spente per una questione di risparmio energetico, quindi lanciava un sondaggio al quale il pubblico partecipava accendendo o spegnendo la luce. L'Enel forniva in diretta le variazioni di consumo e quindi il risultato del referendum, mentre da un pannello luminoso con nove volti di personaggi famosi veniva spenta la faccia di quello risultato più antipatico al pubblico: erano state inventate, insomma, le nomination. Nel 1982 su Retequattro con “Cipria”, primo rotocalco di cronaca rosa della nostra tv, Tortora inventò di fatto la politica-spettacolo con la rubrica chiamata “Le ugole del Palazzo” dove faceva cantare i parlamentari.
Movimentati i rapporti con “mamma Rai”. Nel 1962 fu allontanato dalla televisione di Stato per non essere riuscito a fermare un'imitazione di Amintore Fanfani fatta da Alighiero Noschese nel programma “Telefortuna”. Nel 1969, invece, Tortora fu fatto fuori per aver dichiarato a un settimanale che la Rai governata dai partiti era «un jet colossale guidato da un gruppo di dissennati», oltre che per aver preso posizione contro il monopolio televisivo statale. Diventò da quel momento il paladino delle televisioni e delle radio private: difese Telebiella, la prima stazione privata via cavo nella storia d'Italia, e poi andò a costituire a metà degli anni Settanta Antenna 3 Lombardia, che per bacino d'ascolto superò il secondo canale Rai. Fu in quell'emittente che il colto e serioso Tortora, amante di Shopenhauer e Stendhal, mandò in onda i primi spogliarelli e soprattutto il primo topless della televisione italiana. Fu innovatore fino all'ultimo. Con “Giallo”, condotto nel 1987 poco prima di morire, inaugurò il filone del mistery e del poliziesco, poi ripreso negli anni successivi da Corrado Augias o Carlo Lucarelli. «Tortora è stato ammazzato due volte» ha sottolineato Pezzuto. «La prima dai magistrati che lo hanno arrestato su informazioni di pentiti senza aver fatto alcuna verifica; la seconda dalla memoria degli italiani che lo ricordano solo per la vicenda giudiziaria e per “Portobello”».
“Giustizia ingiusta”, “situazione kafkiana”, “un caso di macelleria giudiziaria”. Sono alcuni dei termini con i quali è passata alla storia la vicenda processuale di Enzo Tortora. Tutto iniziò all'alba del 17 giugno 1983 quando, per ordine dei magistrati inquirenti della procura di Napoli Lucio Di Pietro e Felice Di Persia, il giornalista venne arrestato con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico nel corso di una maxi retata contro la Nuova camorra organizzata. A questa accusa si aggiunse in seguito anche quella di spaccio di droga. Il 17 settembre 1985 Tortora venne condannato a dieci anni di carcere, principalmente in base alle accuse di un manipolo di pentiti. Assolto il 15 settembre 1986 con formula piena dalla Corte d'appello di Napoli, viene definitivamente prosciolto dalla Corte di Cassazione il 17 giugno 1987.
Alla ricostruzione di questa incredibile vicenda giudiziaria  Vittorio Pezzuto dedica quasi trecento delle 520 pagine del suo libro biografico. L'arresto del giornalista venne studiato nei minimi dettagli per creare il massimo impatto mediatico possibile. «Tortora – ha spiegato Pezzuto – venne prelevato dai carabinieri all'Hotel Plaza di Roma alle 4 di mattina e portato alla caserma di via in Selci. Si aspettò però mezzogiorno per dare tempo alla stampa e ai fotografi di immortalarlo ammanettato: il cellulare che lo avrebbe portato a Regina Coeli fu appositamente parcheggiato a 50 metri di distanza dalla caserma per far fare al giornalista una passerella indecorosa sotto i flash con i ferri ai polsi».
Assieme a Tortora vennero arrestate in quella maxi retata 856 persone. «Centinaia di fermati vennero rilasciati qualche mese dopo per omonimia» ha raccontato Pezzuto. «Infatti in diversi casi erano state arrestate persone con lo stesso nome in modo da avere una più alta probabilità che tra loro ci fosse quella giusta da imprigionare». Dal giorno dell'arresto del giornalista fino alla fine della vicenda processuale divampò in Italia lo scontro tra colpevolisti e innocentisti, garantisti e giustizialisti. Nelle prime settimane la stragrande maggioranza della stampa sputò addosso a Tortora distruggendo l'immagine di un uomo che proprio sull'immagine aveva costruito la sua carriera. Scrisse Camilla Cederna sulla “Domenica del Corriere”: «Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto. E non mi piaceva il suo “Portobello”: mi innervosiva il pappagallo che non parlava mai e lui che parlava troppo”». Giampaolo Pansa scrisse nel dicembre 1984 su “L'Espresso” a proposito del magistrato che lo aveva arrestato: «Io qui scrivo: il tempo è dei galantuomini. Anche l'onorevole Tortora, fino a prova contraria, appartiene a questa categoria. Ma galantuomo per galantuomo, mi piace di più Lucio Di Pietro». Un'eccezione fu Gianni Riotta, allora al “Manifesto”, che assunse una posizione garantista. Il primo grande giornalista a schierarsi a difesa di Tortora fu comunque Enzo Biagi con l'editoriale “E se fosse innocente?”. Dalla sua parte si schierarono intellettuali con Leonardo Sciascia e Giorgio Manganelli. Anche Giorgio Bocca lo difese, mentre Indro Montanelli adottò una posizione ambigua.
«Nessuno ha poi mai chiesto scusa a Tortora» ha sottolineato Pezzuto. «L'unico è stato Paolo Gambescia che anni dopo dichiarò “Ho contribuito a distruggere un uomo”». Senza l'intervento del partito radicale Tortora avrebbe seguitato a languire in carcere in attesa di un processo che chissà quando si sarebbe svolto. La candidatura del giornalista al Parlamento europeo trasformò quel caso personale in una problematica giudiziaria più ampia. Divenuto presidente del Partito radicale, Tortora - assieme al Partito socialista e al Partito liberale - lancio nel 1987 la battaglia referendaria per la responsabilità civile del magistrato in caso di colpa grave. «Nonostante l'elettorato avesse dato a larga maggioranza il proprio consenso a questa proposta - ha ricordato Pezzuto - il Parlamento varò una legge che tradì lo spirito referendario perché permise, e seguita ancora oggi a permettere, ai magistrati di continuare a fare carriera anche nel caso commettano le peggiori nefandezze. Ed è quello che è successo a coloro i quali ordinarono l'arresto e condannarono in primo grado Tortora. Purtroppo in Italia si fa carriera per anzianità a prescindere dai meriti e dai demeriti».
Le pagine conclusive del libro Pezzuto le dedica proprio all'avanzamento delle carriere dei magistrati che arrestarono Tortora. Felice Di Persia venne promosso membro del Consiglio superiore della magistratura e quindi fu nominato procuratore capo della Procura di Nocera Inferiore. «Cossiga pochi giorni fa mi ha raccontato - ha rivelato Pezzuto - che quando era capo dello Stato e presiedeva le riunioni del Csm si rifiutava di stringergli la mano». Lucio Di Pietro è stato fino a poco tempo fa alla Direzione nazionale antimafia e adesso è procuratore generale della Procura della Repubblica di Salerno. «Faccio gli auguri ai cittadini di Salerno, che ne hanno tanto bisogno» ha commentato Pezzuto. Luigi Sansone, presidente del tribunale che condannò Tortora a dieci anni in primo grado, è stato promosso a presidente della VI sezione della Corte di Cassazione. Nella vicenda Tortora entrò successivamente anche un altro magistrato recentemente investito da una bufera mediatica: «Quando la famiglia del giornalista - ha raccontato Pezzuto - querelò per diffamazione aggravata il pentito di camorra Gianni Melluso che seguitava a sostenere la colpevolezza di Tortora, il gip Forleo nel dicembre 1994 assolse Melluso e se ne uscì con questa frase: “L'assoluzione di Enzo Tortora rappresenta in realtà soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto”. In sintesi, secondo la Forleo Tortora, assolto in Appello e in Cassazione, poteva realmente essere stato un camorrista».

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