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Da MAGAZINE del CORRIERE DELLA SERA del 5 giugno 2008
Rubrica "Finale di partita" di Pierluigi Battista
PIAZZA DELLA VERGOGNA
Nella toponomastica politicamente orientata non c'è posto per Enzo Tortora. E ora un libro fa i nomi di magistrati feroci e giornalisti servili


Ma perché, in questa fiera della toponomastica politicamente orientata, una via a Enzo Tortora proprio no? Perché proporre l'intestazione di vie e corsi, piazze e vicoli ad Almirante e Berlinguer, perché conservare strade intitolate a Stalin, a Mao, a Tito, persino a Stanlio e Ollio, e invece negare tassativamente, come ricorda Filippo Facci sul Giornale, una via dedicata a Enzo Tortora nel 1994? Si legga anche soltanto qualche pagina di un libro straordinariamente documentato, Applausi e sputi di Vittorio Pezzuto pubblicato da Sperling&Kupfer, per capire che ben più di una piazza non potrebbe nemmeno risarcire il torto mostruoso che fu fatto a Enzo Tortora: la pagina peggiore di una magistratura feroce, la pagina peggiore di un giornalismo servile e conformista (tranne rare eccezioni, in primis Enzo Biagi), la pagina peggiore di una politica in fuga (tranne rare eccezioni, in primis i radicali).
Per carità di patria, una volta tanto omettiamo i nomi dei corifei che nei giornali hanno suonato lo spartito dettato dalla procura napoletana che perseguitò Tortora e i cui responsabili, scomparsa la loro vittima, hanno fatto nel frattempo una brillante carriera ai vertici della magistratura. Ma ritrovare le parole di allora è come visitare nottetempo una galleria degli orrori. Si scrisse senza vergogna del camorrista Barra, detto “‘O animale”, accusatore di Tortora, che «non c'è stato verso di coglierlo in errore». Si scrisse, senza arrossire, che le omonimie (144 arrestati per sbaglio nel blitz) erano «un sacrificio pagato sull'altare della possibilità statistica». Scrissero del «solido castello delle accuse». Scrissero: «L'eroe televisivo Enzo Tortora rivela una calma addirittura sospetta al momento dell'arresto». E anche: «Dosando con grande mestiere indignazione e sbigottimento ha retto bene la parte della vittima innocente». Vittima innocente lo era sul serio, sacrificato sull'altare della possibilità statistica.
Scrissero che Tortora era «un ligure spendaccione» dalla «sfaccettata personalità» e che l'inchiesta faceva «di colpo traballare ogni sua credibilità morale»: «chissà quale debolezza di un momento l'ha trascinato in questo gorgo». Scrissero, le migliori firme dell'epoca: «Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni e non mi piaceva il suo Portobello». Scrissero: «Tempi durissimi per gli strappalacrime». Scrissero: «I magistrati istruttori hanno osservato uno scrupoloso silenzio». Scrissero anche, imbeccati dagli inquirenti che usavano i giornalisti compiacenti per propalare le accuse più fantasiose: «Tortora per conto dell'organizzazione ha depositato denaro in Svizzera». Non era vero. Non era vero niente. Ma lo scrissero.
Scrissero: «Un uomo di spettacolo non è pagato per essere onesto». E invece Tortora era onesto. Erano (intellettualmente) onesti quelli che venivano pagati per scrivere queste scempiaggini? I loro nomi, tra i più insospettabili, si trovano tutti elencati nel libro di Pezzuto. Dedicheranno loro qualche via o piazza? A Enzo Tortora, sacrificato sull'altare della possibilità statistica, certamente no.

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