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Da LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO del 19 giugno 2008
Pagine Tristi 25 anni fa le accuse al presentatore tv
TORTORA A PEZZI IN MACELLERIA

di Sergio Lorusso

È l'alba del 17 giugno 1983 quando i carabinieri bussano alla porta di una camera del lussuoso Hotel Plaza, in via del Corso a Roma, da anni meta abituale di un noto personaggio televisivo nelle sue trasferte capitoline: il suo nome è Enzo Tortora, in quel momento all'apice della carriera grazie al successo del programma “Portobello”, in grado di calamitare 28 milioni di spettatori a serata. L'accusa per la quale viene arrestato su ordine della procura della Repubblica di Napoli è gravissima: traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.
Ha inizio così un calvario giudiziario che durerà esattamente quattro anni; una vicenda talmente paradossale e incredibile da minare in modo irreparabile la salute del presentatore , morto il 18 maggio 1988 all'età di 59 anni. Una vicenda nella quale - per la prima volta in Italia - la gogna mediatica diviene strumento reale e tangibile, con la riproposizione all'infinito sugli schermi e nei giornali delle immagini di Tortora in manette, grazie anche alla sapiente regia degli inquirenti che attendono il mezzogiorno del giorno successivo all'arresto per trasferirlo nel carcere di Regina Coeli, consentendo a fotografi e teleoperatori di immortalare il “prigioniero” eccellente tra insulti e sputi, in una sorta di contrappasso che consegna ai telespettatori e all'opinione pubblica la figura inattesa di colui che fino al giorno prima è stato protagonista della tv. Le immagini si trasformano in una sorta di spot della camorra, alla quale secondo il teorema della procura napoletana Tortora apparterrebbe; diverranno, qualche tempo dopo, l'icona della battaglia radicale per la “giustizia giusta”, cui lo stesso presentatore si dedicherà senza risparmio. Ma inizialmente la stampa è per lo più colpevolista, contribuisce a diffondere notizie non verificate, tutti d'un tratto sembrano aver dimenticato la figura cristallina di un uomo e giornalista che, come lo stesso Tortora afferma pochi giorni prima dell'arresto, non ha «mai avuto santi o protettori in paradiso»: quel che conta è che a Napoli siano stati emessi 856 ordini di cattura contro avvocati, politici, religiosi e imprenditori accusati di collegamento con la “Nuova Camorra Organizzata” di Raffaele Cutolo, è il venerdì nero della camorra, la retata del secolo, un maxi-blitz disposto a nove giorni dalle elezioni politiche che finisce per travolgere l'incredulo presentatore televisivo.
Impreparazione, ingenuità, scelta consapevole o protagonismo della magistratura? È difficile dare una risposta precisa, nonostante sia passato un quarto di secolo. Certo è che l'inchiesta si fonda sulle dichiarazioni di due “pentiti”, Giovanni Panico (che chiama Tortora «camorrista ad honorem») e Pasquale Barra (detto “o animale” per la sua crudeltà) e che 144 arrestati risulteranno erroneamente coinvolti per omonimia o per altre ragioni mentre altri 72 verranno prosciolti al termine della fase istruttoria.
Gianni Riotta è tra i pochi perplessi sulle modalità di un'iniziativa da tutti osannata e dichiara dalle colonne del “Manifesto” che «colpisce, sgomenta e crea interrogativi l'ampiezza dell'operazione, la sua spettacolarità, la sua estensione. È un nuovo episodio di battaglia giudiziaria a colpi di scoop da procura della Repubblica?» si chiede il giornalista, concludendo che «se questa ipotesi fosse confermata sarebbe davvero grave. Una botta dura alla credibilità della lotta antimafia». Massimo Fini, sulle pagine del “Giorno”, riconosce di non saper «più se sperare che Tortora sia innocente o colpevole. Perché se è colpevole si tratta di un doloroso e clamoroso caso di dottor Jekyll e mister Hide… Ma se è innocente le conseguenze sono gravissime. Perché vuol dire che la “cultura del pentitismo” ha fatto veramente dei grandissimi danni nel nostro Paese, vuol dire che è vero che basta che un mascalzone, purché mascalzone, tiri in ballo il nome di un onest'uomo perché questi finisca in galera». Scrive profeticamente Leonardo Sciascia il 7 agosto 1983 sul “Corriere della Sera”: «Ho l'impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l'intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici abbiano prestato fede a una costruzione che già dal primo momento appariva fragile all'uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie».
Condannato in primo grado a dieci anni di reclusione, Enzo Tortora viene assolto con formula piena in appello. La sentenza viene confermata il 13 giugno 1987 dalla Corte di cassazione, che demolisce il castello accusatorio incentrato sulle dichiarazioni ritenute inattendibili dei pentiti - la “Nazionale della menzogna” - mosse da risentimenti personali, manie di grandezza, ostentazione di falsi ruoli. Il presentatore, nella prima intervista televisiva dopo l'assoluzione, definisce la vicenda «il più grande esempio di macelleria giudiziaria all'ingrosso dall'epoca dello sbarco dei turchi». Torna al suo pubblico la sera del 20 febbraio 1987, in una nuova edizione di “Portobello” che apre con la frase divenuta celebre - «Dunque, dove eravamo rimasti?» - ironica e discreta allo stesso tempo, quasi nulla sia cambiato.

Applausi e sputi
Enzo Tortora, giornalista colto e brillante, autore poliedrico, innovatore del linguaggio radiotelevisivo ma anche personaggio scomodo, fuori le righe, è allontanato dalla Rai nel 1969 - quando conduce “La domenica sportiva”, “Il gambero” e “Bada come parli!” - per aver definito in un'intervista a “Oggi” l'azienda di viale Mazzini «un jet colossale guidato da un gruppo di boy-scout che si divertono a giocare con una tastiera e che rischiano ogni momento di infrangersi contro le rocce» e aver denunciato i guasti del monopolio e della partitocrazia; vi tornerà nel 1977, come ricorda Vittorio Pezzuto nel bel volume “Applausi e sputi” (Sperling&Kufner, 15 euro), che delle “due vite” di Tortora offre un ampio e documentato affresco.
Un processo kafkiano, quello a presentatore, nel quale si discetta di un'agendina ritrovata in un covo camorrista che contiene il cognome Tortona, scambiato per Tortora, e un numero telefonico che si scoprirà solo più tardi non essere quello dello showman; e della corrispondenza intercorsa tra un detenuto e Tortora relativa ad alcuni centrini di seta inviati alla trasmissione “Portobello” affinché fossero messi all'asta, smarriti nei corridoi della Rai che, di fronte alle reiterate proteste del mittente, provvede a risarcirlo con un assegno di 800mila lire: messaggi in codice, secondo le affermazioni del “pentito” Panico avvallate dalla magistratura, dietro i quali si nasconderebbe l'intimazione al conduttore a restituire una partita di cocaina. Il caso Tortora mette a dura prova l'affidabilità del ricorso ai collaboratori di giustizia, che pure hanno contribuito a debellare il terrorismo e a infliggere colpi decisivi alla criminalità organizzata.

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