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Da SMOKING n. 38 di gennaio-giugno 2008 - scarica la recensione versione originale
ENZO TORTORA, VENTI ANNI FA...
Il 18 maggio 1988 Enzo Tortora fu cremato, mentre la giustizia italiana continuava a putrefarsi

di Gaia Cenol

Enzo Tortora morì venti anni fa, il 18 maggio 1988. Fu cremato, mentre la giustizia italiana continuava a putrefarsi. Vittorio Feltri descrisse il brindisi dei giornalisti per festeggiare lo spettacolo della sua condanna a dieci anni di carcere quale camorrista e spacciatore di droga. Quel gesto incosciente e vile fu una coltellata alla civiltà del diritto. Non fu la prima, ne seguirono moltissime altre. Tortora sperò che l'oltraggio e il dolore subiti fossero utili al Paese. Mi dispiace, non è stato così.
In un bel libro di Vittorio Pezzuto (“Applausi e sputi”) si trovano pagine che servono non solo a ricordare ma spesso a scoprire le mille risorse di quest'uomo. Tortora non fu solo un conduttore televisivo, ma un giornalista incapace di rinunciare al proprio giudizio. Qui si trova un articolo che scrisse nel 1971, di ritorno da Cuba, nel quale descrive una sensazione dominante: «Quella della tristezza, diremmo della delusione melanconica, nel raffrontare la nobiltà dei propositi, l'ideale bellezza delle premesse di una rivoluzione che purtroppo vuole invecchiare in divisa e la ferrea, spesso grottesca, metodologia con cui queste premesse vengono condotte a maturazione. Oggi ogni paese di campagna ha il suo piccolo ospedale. Oggi ogni bambino può frequentare le scuole, arrivare all'Università. Bianco o negro, non importa. Sono certo fatti positivi. Ma a nostro giudizio questi traguardi possono o potrebbero essere raggiunti benissimo senza riempire le prigioni o i campi di concentramento di Isola dei Pini., senza - in sostanza - tradire una rivoluzione che fece un giorno sperare di far progredire l'uomo più in fretta del cristianesimo e che lo ha invece fatto ripiombare di colpo nel più grigio conformismo costantiniano». Uno sguardo non prevenuto, dunque, ma disincantato. Molti, ancora oggi, fanno fatica a vedere e a riconoscere.
Gli capitò di scrivere, nel 1970, dell'arresto di Lelio Luttazzi e Walter Chiari, accusati di maneggiare cocaina. Tortora, pur augurando loro l'innocenza, sostenne che il mondo dello spettacolo era pieno di droga e che era giusto parlarne, anche a costo di veder rotolare qualche testa. Quando però vide in che stato era ridotto l'innocente Luttazzi, ebbe il coraggio di correggersi: aveva trascurato di valutare l'immenso e devastante dramma di chi subisce un'accusa ingiusta. Anni dopo (incredibile!) sarebbe toccato a lui. Purtroppo pochi leggono, e quasi nessuno fra quelli che scrivono. L'esperienza non valse nulla, la bestia giustizialista tornò a reclamare carne da sbranare. È così ancora oggi.
A Tortora andò bene. Fu arrestato nel giugno del 1983. Condannato nel gennaio 1985. Poi assolto, con formula piena, nel settembre del 1986. Morì due anni dopo. Oggi è peggio, perché un Travaglio qualsiasi potrebbe continuare a diffamarti per una quindicina d'anni, prima dell'assoluzione. Dopo la quale chiunque può continuare a trovare, grazie a Internet, le “prove” della tua inesistente colpevolezza. La nostra civiltà giuridica è micidialmente regredita, essendo già allora uno schifo.
La magistratura associata lamentò che le critiche la «delegittimivano». La responsabilità civile dei magistrati era considerata un attacco alla giustizia. Dicono ancora le stesse cose, reclamando che il legislatore dialoghi solo con loro. C'è, invece, una sola cosa da farsi: rendere meno grottesco il termine “giustizia”.

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