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Da AVANTI! del 9 luglio 2008
BISOGNA RIFORMARE LA GIUSTIZIA
di Luca Bagatin

La biografia di Enzo Tortora, “Applausi e sputi”, curata da Vittorio Pezzuto è certamente l'unica opera che tratta approfonditamente le vite del noto giornalista, presentatore e politico genovese. Vite, certo. Vite, appunto.
Enzo Tortora di vite ne ha vissute due o forse tre. Quella del presentatore di successo dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, quella del presunto camorrista, mafioso e spacciatore negli anni Ottanta e quella del politico radicale sino alla sua morte, prematuramente avvenuta nel 1988. Sono passati vent'anni dalla scomparsa di Tortora, il quale, come si documenta anche nella suddetta biografia, non era un tipo simpatico ai più. Era un antitaliano nel senso più stretto del termine. Colto, liberale, mai piegato la testa in vita sua, laico, mai avvezzo al compromesso, mai amante del gossip e del pettegolezzo al punto da difendere a spada tratta la sua vita privata. Era un presentatore di successo che, con pacatezza e spirito, riusciva a catturare gli interessi e le aspettative dell'Italia di allora.
Era anche un politico, dicevamo, pronto a puntare il dito contro il servizio pubblico radiotelevisivo, l'arrugginita Rai-tv e il suo monopolio lottizzato dai partiti e dalle correnti. Era, insomma, per l'establishment culturale d'allora, un vero e proprio fumo negli occhi. Un fumo negli occhi da abbattere. Anche con l'uso della calunnia, come avvenne nei fatti. Enzo Tortora il 17 giugno 1983 fu arrestato sulla base di accuse completamente inventate da 'pentiti' ex camorristi senza scrupoli. Accuse alimentate dalla grande stampa italiana, da certo giornalismo straccione e gossipparo e da pseudo-artisti in cerca di pubblicità. Vedi il signor Margotti e la storia delle mutandine della moglie.
Vicende magistralmente documentate da Vittorio Pezzuto, con tanto di citazioni di articoli e di dichiarazioni di allora. Con tanto di nomi e cognomi degli accusatori di Tortora. Nomi di individui che - ahinoi! - in questo Paese della vergogna hanno anche fatto carriera. Nomi da mettere all'indice, da ricordare e sui quali far ricadere la nostra indignazione di individui liberi e onesti. Affinché vicende kafkiane e raccapriccianti di tal fatta non abbiano più ad accadere.
E così Enzo Tortora, grazie a Marco Pannella e ai radicali di allora, divenne il simbolo, la bandiera di e per una giustizia giusta in Italia. Per una giustizia che garantisca le vittime ma anche i carcerati, costretti a vivere in condizioni disumane anche solo in attesa di giudizio. Le pagine di Vittorio Pezzuto scorrono via veloci e di volta in volta ci fanno stringere il cuore e chiedere se quella descritta sia l'Italia di vent'anni fa o piuttosto quella di due secoli fa. Già allora, come oggi, si punta il dito anche contro un certo tipo di magistratura. È possibile che le corporazioni, nel nostro Paese, debbano sempre e comunque essere impunite, senza alcuna responsabilità?
Separazione delle carriere dei giudici, riforma del Consiglio superiore della magistratura, non sulla base delle correnti bensì sulla base dell'effettiva competenza e imparzialità dei giudici. Queste le basi del diritto in una vera democrazia. Enzo Tortora pagò con la vita la sua battaglia di onestà e trasparenza. Ma quanti altri come lui? È l'eterno “caso Italia”. Il caso del Paese di Pulcinella e così continuerà ad essere senza una nuova classe di cittadini capaci di alzare sempre e comunque la testa. Capaci di essere antitaliani, insomma. Come Enzo Tortora ha saputo essere nei suoi sessant'anni di vita.

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