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Da IL FOGLIO del 10 luglio 2008
LA VITA DI ENZO TORTORA TRA “APPLAUSI E SPUTI”. UN LIBRO DI VITTORIO PEZZUTO

Roma. Marco Pannella, che per il sottile non ci è mai andato, anche ieri è stato chiaro: «Enzo Tortora è stato ammazzato». L'occasione per riparlare dell'oscura vicenda giudiziaria che negli anni Ottanta ha sconvolto la vita del presentatore è la pubblicazione del libro “Applausi e sputi, le due vite di Enzo Tortora”, di Vittorio Pezzuto. Attorno al tavolo del Mondatori Multicenter siedono, oltre a Pannella, l'autore, Lino Jannuzzi e il ministro Sandro Bondi. Tortora è lo sfortunato protagonista di una delle pagine più indecifrabili della storia italiana. Gli inizi alla Rai e la Domenica sportiva lo consegnano ancora giovane alla storia della televisione fino al 1978 di Portobello, il programma che batte tutti i record di ascolti, avviando un nuovo genere. Ma l'inferno si prende Tortora nell'83. L'arresto, le manette in diretta, l'accusa pesantissima: associazione per delinquere, di stampo camorristico per la precisione. Sono un gruppo di pentiti a fare il suo nome: prima tre, poi altri otto, infine saranno trentadue le testimonianze contro di lui. Le prove sono deboli, le dichiarazioni contraddittorie e ciascuna non fuga il sospetto di essere modellata su quella rilasciata dal pentito precedente. Il risultato sono sette mesi di carcere ma Tortora, già liberale, trova l'appoggio dei radicali, la sua nuova famiglia: «Ero liberale perché ho studiato, sono radicale perché ho capito», ricorda Pannella citando l'amico Enzo.
L'elezione al Parlamento europeo con i radicali non placa il bisogno di giustizia e Tortora lancia nuovamente i dadi della storia, dimettendosi dalla carica e rinunciando all'immunità. Un calvario di due anni, controcorrente fino al 1986, quando il tribunale di Napoli lo assolve e apre un controprocesso per i falsi pentiti che tentavano di ottenere uno sconto sulla pena. Il tempo a disposizione di Tortora non è molto, solo due anni prima che un tumore se lo porti via, nel maggio dell'88. «Proprio in quegli anni - ha ricordato Pannella - si stava scoprendo la relazione tra lo stress e l'abbassamento delle difese del corpo». Un caso di giustizia ingiusta «che va avanti dal caso Cuocolo e continua oggi» ha detto Jannuzzi. Il tono sconsolato di Bondi è di chi si volta indietro e vede il presente: «Ma in che paese viviamo? Non è un paese civile quello in cui la magistratura non si vergogna nemmeno di ciò che fa». In sala si aggirano parole fosche: «Abbiamo bisogno di eroi e di capri espiatori senza mai riuscire a cambiare?», chiude Bondi. In casa radicale non manca il gusto della provocazione, con Pannella che ricorda al ministro che «se avessimo avuto i voti, avremmo riformato la giustizia». Ma Tortora non è solo un caso politico, non solo un'arma contro l'ingiustizia della legge. L'uomo, Enzo, rivive nelle parole come un amico: «La storia ci parla di un vinto, in realtà è un vincitore».

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