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Da FORMEZ.IT del 15 luglio 2008
IL DRAMMA DI UN UOMO LIBERO
di M. Rosaria Benanti

«Venticinque anni fa, alle quattro e un quarto del mattino del 17 giugno, bussano alla porta di una camera dell’Hotel Plaza di Roma: spalancato l’armadio, aperta una valigia, sequestrata un’agenda telefonica, guardato dentro i calzini e spaccato un salvadanaio di ceramica a forma di porcellino (non si  sa mai) si portano via un uomo stralunato, che ha appena avuto il tempo di vestirsi e di raccogliere pochi effetti personali in una sacca di tela rossa».
Questo è l’incipit del libro dal significativo titolo Applausi e sputi, di Vittorio Pezzuto, giornalista, pubblicato con cronometrica tempestività dalla Casa editrice Sperling & Kupfer di Milano a 25 anni  esatti dalle vicende giudiziarie di Enzo Tortora.
La vicenda è a tutti nota e così la sua tragica conclusione. Ma avercela ricordata è un merito che al suo autore va ascritto indelebilmente; anzi, il volume potrebbe portare come sottotitolo “per non dimenticare”.
Secondo la tradizione del giornalismo “impegnato”, quel giornalismo che adopera l’informazione come premessa dell’analisi, dell’interpretazione dei fatti e se necessario della denuncia, Pezzuto ripercorre le vicissitudini giudiziarie di un uomo di spettacolo che vide, impotente, la sua vita ridotta a pretesto per il più drammatico degli “spettacoli”: la cattura, l’accusa, il carcere, la stampa che ti fa a pezzi giorno dopo giorno… L’ineccepibile  documentazione raccolta nel libro non fa che rendere più agghiacciante questo caso di malagiustizia.
La cronaca forse non basta. Ci sarebbe voluta la  fantasia surreale di Kafka o quella introversa di Pirandello  per descrivere adeguatamente il clima che si era creato intorno a questo caso. Pezzuto riporta fatti che se non fossero più che documentati sembrerebbero fantasiosi e quasi “romanzati”. I carabinieri che aspettano mezzogiorno, per ordini superiori, pur di tradurlo in carcere alla presenza dei giornalisti. Il cellulare per il trasporto a Regina Coeli parcheggiato dall’altra parte della strada, dove ha sede il Nucleo operativo dei Carabinieri, per consentire agli operatori di riprenderlo più a lungo con belle e suggestive inquadrature. Mandati di cattura emessi senza firma e senza data, interrogatori svolti in un’atmosfera surreale e domande altrettanto surreali fatte con tono inquisitorio senza spiegare le ragioni o i fatti nel cui contesto sarebbero emerse le illegalità. Un impianto accusatorio costruito in base a testimoni inattendibilissimi: detenuti imputati dei peggiori crimini, notoriamente spergiuri, millantatori e truffatori noti a varie questure, megalomani con turbe psichiche.
Questa vicenda, nella sua allucinante assurdità, ricorda per molti versi fatti storici relativi a “rese dei conti” all’interno dei regimi comunisti;  ad esempio il processo a Rudolf Slanski, segretario del Partito comunista cecoslovacco che nel 1952 fu processato, condannato a morte e giustiziato dai suoi stessi compagni di partito in base ad accuse come deviazionismo, titoismo e complotto borghese. La differenza è che nel caso Tortora eravamo dentro un sistema ufficialmente liberale e democratico; e che il protagonista non era un politico ma un uomo libero colpevole solo di essere famoso.
Non parliamo poi della stampa e dei giornalisti, presi (salvo lodevoli eccezioni) dalla smania di svolgere un processo mediatico parallelo a quello giudiziario; un’anticipazione di quello che sarebbe diventata certa stampa italiana da mani pulite in poi. Sembrava che l’Italia fosse attraversata da una ventata di follia collettiva, soprattutto da parte di organi o istituzioni  che avrebbero o dovrebbero garantire l'equilibrio e l'autorevolezza delle procedure e delle garanzie.
Nella confusione generale, il caso fu preso in mano dal Partito Radicale che ne fece una battaglia civile fortemente simbolica. Questo piccolo grande partito, vincendo la pavidità, i dubbi e le incertezze delle altre forze politiche, mostrò all’opinione pubblica attraverso manifestazioni, campagne di stampa, interrogazioni parlamentari, candidatura dello stesso Tortora alle elezioni, l’abisso di illegalità in cui era precipitato il Paese. Fece emergere il problema-giustizia, troppo a lungo accantonato da una classe politica sempre alle prese con le contingenze e i giochi di Palazzo, lontana quindi dalle riforme strutturali che dovrebbero, come avrebbe affermato anni dopo un autorevole leader della sinistra, portare l’Italia semplicemente ad essere “un Paese normale”.
Sappiamo tutti come è finito il caso di Enzo Tortora, come sia servita a poco la sua morte per un cancro scaturito dal dolore di tanti anni. Nonostante le campagne di sensibilizzazione dei radicali si procedette a qualche timida riforma della giustizia, si introdusse per referendum la responsabilità civile dei giudici per gli errori commessi (ma con il risarcimento a carico dello Stato cioè a carico dei cittadini-contribuenti)… In sostanza, i problemi si rimandarono a data da destinarsi, e non a caso sono ancora tutti vivi e presenti nell’Italia di oggi. E nessuno ha mai pagato per i gravi ed omissivi comportamenti tenuti dai magistrati inquirenti, che anzi hanno fatto la loro “tranquilla” carriera come se fossero bravi funzionari cui lo Stato deve gratitudine.
Il libro di Vittorio Pezzuto non parla solo della vicenda giudiziaria, ma ripercorre tutta la vita professionale e privata di Tortora, dagli esordi giovanili presso i teatrini studenteschi nella sua amata Genova fino al tragico epilogo. Anche questa parte dell’opera è documentatissima, e ci consegna il ritratto di un uomo di straordinaria cultura ed intelligenza, dai mille interessi e dalle molteplici attività: spettacolo, giornalismo, scrittura, regia televisiva, politica. Tutte attività svolte con passione e talento, e soprattutto con straordinaria onestà intellettuale. In lui la vivacità, la limpidità degli articoli e nel contempo la vis polemica senza giri di frasi e senza ambiguità, si fondevano con un amore profondo per il pubblico. In questa miscela di virtù c’era probabilmente il segreto del suo successo. Mai, però, né il successo né l’infamia, né gli applausi né gli sputi gli tolsero la dignità e il coraggio di dire ciò che pensava, di dire ciò che era vero.
Appunto per questo ci siamo sentiti di titolare questa recensione “il dramma di un uomo libero”.

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