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Da DI TUTTO del 18 luglio 2008 - scarica la recensione versione originale
Storie Gli inediti della vita e della vicenda giudiziaria del grande protagonista della tv svelati dopo vent’anni dal giornalista Vittorio Pezzuto
«DOPO VENT’ANNI LA MIA VERITÀ SULL’INGIUSTIZIA PATITA DA TORTORA»

di Anna Martina Leogrande

Tutto iniziò e tutto si concluse di 17. Un numero così non può dire nulla di buono nemmeno a chi non è superstizioso. E il 17 scandì le fasi della vicenda che offuscò la vita di Enzo Tortora, uno dei più grandi protagonisti dell’Italia di tutti i tempi. Tortora fu arrestato venerdì 17 giugno 1983, il 17 giugno 1984 divenne europarlamentare, il 17 settembre 1985 alle 17 fu condannato in primo grado, il 17 giugno 1987 venne assolto in Cassazione. Enzo Tortora morì a Milano il 18 maggio 1988. E di nuovo fu un altro 17 il suo ultimo giorno vissuto per intero. Si liberò da una vita che l’aveva ingiustificatamente additato come mercante di droga affiliato al clan di Raffaele Cutolo. Dieci anni prima aveva liberato Portobello, il pappagallo-mascotte della trasmissione che «spezzò il costume, fece figli, fece scuola». Il maxi processo in cui Tortora fu coinvolto è il più grosso della storia italiana. Dalla sua fine, come dalla morte di Tortora, sono passati vent’anni ma nessuno ha mai scritto quella storia. Nessuno prima di Vittorio Pezzuto, giornalista, che ha raccolto testimonianze, carte processuali e articoli nella prima biografia documentata di Enzo Tortora (“Applausi e sputi”, 520 pp., Sperling&Kufner, 15 euro).
Come fu la prima vita di Tortora?
Contribuì innanzitutto a innovare la grammatica radiofonica e televisiva. Entrò in Rai per concorso ed ebbe una grande passione per la scrittura e la lettura. Il suo garbo e la capacità di eloquio sono rimasti senza paragoni.
Cosa pensava della televisione?
La descriveva come un elettrodomestico che si dà delle arie. Questo mezzo gli dava notorietà ma gli fece sentire di non avere un mestiere definito, perché i suoi contratti erano legati alle singole trasmissioni. Diede voce alla gente comune: prima di lui, in tv andavano solo cantanti e attori.    
Fu poi anche giornalista…
Una penna brillantissima. Scrisse storie fantastiche, s’occupò di sport, di costume, di politica. Criticò la deriva del mondo universitario sessantottino e descrisse la Cuba di Castro degli anni ’70.
Dopo l’arresto la sua seconda vita…
Nel baratro del carcere scoprì che l’Italia non era esattamente quella che immaginava. Dovette misurarsi con avversari viscidi, che lo accusavano senza avere una prova, ottenendo credibilità dai magistrati. Sperimentò la difficoltà di un cittadino a provare la propria innocenza.
Ma perché questi pentiti lo scelsero come capro espiatorio?
Videro nella sua notorietà l’opportunità di rimediare favori, a cominciare dal trasferimento nella caserma Pastrengo di Napoli, una sorta di grand hotel dove, tra champagne e donnine, potevano riunirsi liberamente per concordare ogni volta nuove accuse contro Tortora e altri presunti affiliati alla Nuova camorra organizzata (Nco). I magistrati avevan capito che, rilasciato il “mostro”, sarebbe caduta l’intera impalcatura del loro maxi-blitz anti camorra.
Lo accusarono in 11. Li definirono “la Nazionale della vergogna”.
All’inizio erano solo Giovanni Panico e Pasquale Barra. Furono spiccati mandati di cattura per 856 presunti camorristi. Un centinaio erano omonimi: in alcuni casi se ne arrestarono tre con lo stesso cognome per essere sicuri di prendere quello giusto. Furono rilasciati senza neppure troppe scuse non qualche giorno ma qualche mese dopo. Di quelli che rimasero, poco meno di un terzo vennero riconosciuti alla fine colpevoli.
Qualcuno lo definì il più grosso esempio di macelleria giudiziaria.
Fu un’inchiesta balorda che voleva colpire gli affiliati del clan di Raffaele Cutolo ma che non spiccò mai mandato di cattura verso Cutolo, il quale sostenne a più riprese che Tortora era assolutamente estraneo alla sua organizzazione. I giudici di Napoli si rifiutarono di farlo deporre in aula.
Perché mai nessuno ha scritto di questo argomento?
Tortora fu ucciso due volte: la prima dai suoi giudici e da alcuni giornalisti che, mossi dall’invidia, cavalcarono la tigre giustizialista. Il deposito degli atti avveniva in edicola: i legali apprendevano le accuse verso i propri assistiti dai giornali. La seconda volta è stato ucciso nella memoria collettiva.
Si ammalò. Si è dubitato a lungo che i due fatti fossero legati.
Lo furono invece. In una lettera scritta ai familiari dal carcere si legge: «Mi hanno fatto esplodere dentro una bomba al cobalto».
 Il maxi processo lo assolse nel 1987. E la stampa?
Chiese scusa pubblicamente solo Paolo Gambescia, che aveva scritto un articolo intitolato: «Tortora ammette solo: “Sì, ho conosciuto Francis Turatello”». Era falso: in quelle ore, rinchiuso in carcere, non poteva neppure parlare con i suoi avvocati.
Tortora scrisse di se stesso «non sono un omonimo ma un refuso»…
Tutto si basò sul ritrovamento di un’agendina di un camorrista in cui era annotato il nome di Enzo Tortona, imprenditore salernitano. Nessuno, per anni, controllò mai quel numero di telefono. Nessuno volle accorgersi che non era di Enzo Tortora.
Cosa accadde ai magistrato che lo avevano accusato?
Felice Di Persia e Lucio Di Pietro, che spiccarono il mandato di cattura, sono stati promossi: il primo è stato nominato membro del Csm e il secondo è adesso Procuratore generale della Repubblica di Salerno. Luigi Sansone, presidente del Tribunale che condannò Tortora a dieci anni per camorra, dirige la sesta sezione penale della Corte di Cassazione
«Sono innocente, spero che lo siate anche voi» disse ai magistrati. E la giustizia lo portò in politica.
Condusse questa battaglia insieme ai radicali, a favore di chi non aveva la fortuna di chiamarsi Enzo Tortora e languiva nelle carceri, contro una Giustizia ingiusta che ancora oggi miete vittime.

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