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Da TRENTINO dellí8 agosto 2008
Incontri d’estate
VITTORIO PEZZUTO
Tortora, il racconto di un caso tipico d’ingiustizia italiana

di Sandra Mattei

Fateci caso. Non c’è trasmissione televisiva di successo oggi che non debba qualcosa ad uno dei personaggi televisivi per eccellenza: Enzo Tortora. Chi ha superato la trentina non può non ricordare una delle sue idee di maggior successo, “Portobello”, programma che per la prima volta portò alla ribalta del piccolo schermo le persone normali, antesignano dei reality dove per un giorno in tivù tutti possono diventare star. E ancora: Tortora che iniziò dalla “Domenica sportiva”, fu il primo ad introdurre la moviola e con “L’altra campana” creò una sorta di tivù interattiva, facendo votare il personaggio più antipatico al pubblico di casa, accendendo o spegnendo le luci.
Eppure, per una legge del contrappasso, Tortora è finito nell’oblio da quando nel 1983 iniziò la sua seconda vita: fu arrestato con l’accusa infamante di spaccio di droga e di affiliato al clan Cutolo. Nonostante la sentenza della Cassazione, nel 1987, lo abbia assolto ci sono vent’anni perché qualcuno raccontasse la sua storia. Ci ha pensato Vittorio Pezzuto, giornalista e attivista nei Radicali (come Tortora, che venne eletto europarlamentare) per il quale ha ricoperto incarichi istituzionali, mentre attualmente è portavoce del ministro Renato Brunetta. Il libro, “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora” (Sperling&Kufner, 520 pagg., 15 euro) sarà presentato questa sera a Levico Terme, a Villa Sissi nel Parco delle Terme, alle ore 21. Lo abbiamo intervistato.
Perché un libro su Enzo Tortora?
Per il semplice motivo che non l’ha scritto nessuno. E perché è stato il personaggio che ha segnato in maniera più profonda la tivù e la radio, innovandone la grammatica. Tortora ha avuto alcune intuizioni che ora sono la regola. Come la moviola per la “Domenica sportiva” o le nomination che si fanno nel “Grande Fratello” per escludere i più antipatici, che lui aveva già introdotto ne “L’altra campana” facendoli votare in studio o i referendum interattivi da casa accendendo e spegnendo la luce con rilevamenti in diretta dell’Enel. E poi, all’apice del successo, in “Portobello”, che ebbe picchi di 28 milioni di spettatori e una media di 25 a trasmissione, portò alla ribalta la gente comune trasformandola in personaggi popolari.
Certo, se il suo merito è stato quello di perseguire una tivù nazionalpopolare…
Non ho detto che le sue trasmissioni erano nazionalpopolari. Tortora era un uomo colto e sensibile che amava leggere Stendhal e Schopenauer. E’ stato un innovatore perché rendeva famosa la gente comune, come il caso di quel signore che aveva proposto di abbattere il passo del Turchino per eliminare la nebbia in Val Padana o faceva tivù di servizio ascoltando le proteste della gente contro la burocrazia. E poi dava voce alle casalinghe, agli inventori, ai collezionisti, cosa che non era mai successo. Ma aveva un difetto.
Quale?
Non aveva amicizie politiche. Anzi, era molto critico con la classe dirigente e con i vertici della Rai, che aveva definito “un jet pilotato da un gruppo di scout”. Per questo è stato anche cacciato, ma lui non si è perso d’animo e ha fondato Tele Alto Milanese e poi Antenna Tre Lombardia, dove ha introdotto il primo topless.
Veniamo all’arreso di Tortora, avvenuto il 17 giugno del 1983 e all’inchiesta giudiziaria, che lei ha definito di “un’ incredibile sciatteria”. Cosa ha scoperto?
Ho passato in rassegna 15mila documenti, ci ho messo due anni. Nessuno si è mai occupato di uno degli errori giudiziari più clamorosi: tutto si è basato sul ritrovamento dell’agenda di un camorrista dove era annotato il nome di Enzo Tortona, che era un imprenditore salernitano. Nessuno controllò il numero. Non solo: su 856 mandati di cattura a presunti camorristi, un centinaio erano omonimi. Inoltre ci furono pentiti che a catena lo accusarono, perché così potevano uscire dal carcere per finire in una caserma, la Pastrengo di Napoli, dove se la spassavano a champagne e donne, per poter concordare nuove versioni sulla sua colpevolezza.
Secondo lei una vicenda del genere potrebbe ancora verificarsi?
Sì, perché da parte dei giornalisti c’è sempre la rincorsa a cavalcare lo scoop, a sbattere in prima pagina il personaggio famoso. E poi c’è un rapporto malato tra i giornali e i magistrati. Nonostante le fughe di notizie, non ce n’è mai stato uno condannato per violazione del segreto istruttorio. Gli avvocati difensori di Tortora raccontano che le accuse al loro assistito le conoscevano in edicola. E’ un esempio perfetto di come funziona l’Italia. Tortora è stato ammazzato due volte: la prima dai magistrati, la seconda nella memoria collettiva. Oggi i trentenni non sanno chi fosse.
Lei lo ha conosciuto?
Sì, quando a 16 anni mi sono iscritto al Partito Radicale e lui era europarlamentare. Purtroppo si è ammalato di tumore ed è morto pochi anni dopo, nel 1988.   
Il suo libro ha avuto recensioni molto positive: si aspettava questo successo?
Mi fa piacere che ci sia tanta gente interessata a questo caso. Siamo alla seconda ristampa e sta vendendo molto bene. E nonostante le accuse pesanti all’inchiesta non ho ricevuto querele perché ogni citazione rimanda all’atto, all’articolo di giornale dal quale è stata presa.

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