ladante ladante ladante
ladante

Da LIBERAL del 2 settembre 2008 - scarica la recensione versione originale
Il caso Enzo Tortora, una lezione dimenticata
GLI APPLAUSI RESTANO, GLI APPLAUSI VOLANO
La storia di uno dei più inquietanti casi di errore giudiziario in una biografia del popolare presentatore, scritta da Vittorio Pezzuto

di Massimo Tosti

«Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. poiché senza che avesse fatto alcunché di male una mattina venne arrestato». Per chi non l’avesse letto (o non lo ricordasse) questo è l’incipit di uno dei romanzi più celebri (e belli) del XX secolo: Il processo di Franz Kafka. Scritto nel 1925, racconta esattamente quel che accadde cinquantotto anni dopo (il 17 giugno 1983) a Enzo Tortora. Alle quattro e un quarto del mattino bussarono alla porta della camera dell’Hotel Plaza di Roma in cui alloggiava. La perquisirono da cima a fondo (non tralasciando neppure un innocuo salvadanaio a forma di porcellino) e lo tradussero (tanto per usare il linguaggio consueto delle forze di polizia) nella sede romana del nucleo operativo dei Carabinieri, in attesa che si facesse ora: l’ora giusta per mostrarlo, manette ai polsi, a giornalisti e fotografi appositamente convocati. Di Tortora, poi, si seppe chi l’aveva calunniato: Pasquale Barra (detto “‘O animale”) e Giovanni Panico (definito “schizoide” nelle cartelle cliniche), due pentiti della camorra sedotti dai compensi che la giustizia offriva loro in cambio di questi discutibili giudizi. Ma la sciatteria delle indagini sul suo conto e la dura condanna in primo grado (dieci anni di reclusione) costruita su un castello di testimonianze a dir poco discutibili e di indizi inesistenti rappresentano una pagina vergognosa della giustizia italiana. Rivolto ai giudici, Tortora disse in aula: «Io sono innocente. Spero, dal profondo del mio cuore, che lo siate anche voi». Parole durissime che meriterebbero di essere scritte nelle aule dei tribunali, accanto a una massima - «La giustizia è uguale per tutti» - spesso contraddetta dai fatti.
A vent’anni dalla morte di Tortora, il giornalista Vittorio Pezzuto ha dato alle stampa un corposo volume (Applausi e sputi, Sperling&Kufner, 522 pagine, 15 euro) che nel sottotitolo («Le due vite di Enzo Tortora») rivela il contenuto: una biografia densa e documentatissima che racconta i grandi successi professionali di un uomo colto e garbato, amatissimo dal pubblico dei telespettatori, e lo strappo drammatico di una vicenda giudiziaria lunga e dolorosa, che distrusse prima la sua immagine e minò poi la sua salute. Ci fu sicuramente un legame fra quelle «due vite». I successi della prima non avevano montato la testa a Tortora, che era un uomo modesto e tranquillo, che non amava confondere la sua immagine pubblica con quella privata e che - per difendere le proprie idee e le proprie convinzioni - sapeva ricominciare da capo (come gli accadde due volte, all’inizio e alla fine degli anni Sessanta, quando fu messo alla porta dalla Rai per aver espresso giudizi inopportuni e offensivi sulla gestione dell’ente), inventandosi un nuovo mestiere - il giornalismo - e dimostrando di saperlo fare benissimo.
Lo conobbi personalmente all’epoca della strage di piazza Fontana: inviato alla Nazione di Firenze, scrisse in quella occasione una serie di articoli esemplari, da cronista di razza. Lui non si montò la testa ma l’invidia e la gelosia di molti colleghi (in tv e sui giornali) contribuirono a demonizzarlo quando due pentiti lo accusarono delle peggiori nefandezze. Enzo, innocente, pagò anche per questo: per la rabbia di tante mezzecalze, felici di vederlo sprofondare nella polvere, proprio nel momento (erano i tempi di “Portobello”, la più fortunata fra le trasmissioni televisive da lui condotte: ventisette milioni di spettatori a puntata) di maggior successo in una carriera costellata di successi. Nonostante tutti, e nonostante tutti. Lui che non apparteneva alla folta schiera dei raccomandati, lui che non aveva padrini politici e che era persino controcorrente rispetto ai pensieri dominanti. Alla politica si affacciò nel momento della disgrazia, accettando la candidatura al Parlamento europeo offertagli dal Partito radicale. Ma non utilizzò il cadreghino per evitare gli arresti domiciliari: si dimise e affrontò l’isolamento. Come politico (con addosso l’esperienza da imputato condannato ingiustamente, e da recluso) si impegnò nella campagna «per la giustizia giusta» che di lì a poco sarebbe sfociata nel referendum sulla responsabilità dei magistrati per i loro errori giudiziari (la decisione fui poi stravolta dal Parlamento, nel clima di sudditanza che accompagnò Tangentopoli).
Per recensire compiutamente il libro di Pezzuto occorrerebbe disporre di quasi quattrocentocinquanta pagine, le stesse impiegate dall’autore per raccontare la vicenda umana di Tortora: perché Applausi e sputi è una cronaca senza fronzoli, tutta affidata al rigore dei dati di fatto, come testimoniano i 15mila documenti consultati e le 80 pagine di note. Uno degli aspetti più inquietanti del libro è che - rileggendo (giorno per giorno) quel che accadde a Tortora - si scopre come quella drammatica esperienza non abbia insegnato nulla a nessuno. Anche all’epoca di Mani Pulite la stampa montò (nella sua stragrande maggioranza) sul carro giustizialista, ricomponendo la sinergia procure-giornali che aveva già provocato guasti ed errori innegabili. Errare è umano, perseverare è diabolico. Ma questo è un Paese che dimentica troppo facilmente e che fa della disinvoltura uno stile di vita.
A distanza di vent’anni dalla morte del presentatore sono ben pochi i giornalisti che hanno ammesso le proprie colpe per aver messo alla gogna un innocente. E quanto ai magistrati che si resero responsabili di un clamoroso infortunio, sono stati tutti promossi. E’ sufficiente leggere i loro nomi a fianco degli incarichi che ricoprono oggi. Chiarendo che non si tratta di omonimie o di refusi, come accadde nella retata di venticinque anni fa, quando finirono in carcere (fra gli 856 arrestati) un centinaio di persone colpevoli soltanto di avere lo stesso cognome di presunti camorristi. Non c’era Tortora (il più famoso) tra questi: «Non sono un omonimo - disse amaramente - ma soltanto un refuso». Nell’agendina di un camorrista era annotato a un numero di telefono il nome di Enzo Tortona (non Tortora), un imprenditore salernitano. Nessuno - neanche a dirlo - si preoccupò di comporre quel numero per verificare a chi appartenesse.

ladante
ladante ladante ladante