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Da L’UNIONE SARDA del 22 settembre 2008
ENZO TORTORA, UNA STORIA DIMENTICATA
A vent'anni dalla scomparsa “Applausi e sputi” di Vittorio Pezzuto rievoca la figura e il dramma di un personaggio chiave della cultura italiana

di Lorenzo Manunzia

1928, 1988, 2008: a ottant'anni dalla nascita, a venti dalla morte, si fa ancora fatica a rievocare la dolorosa storia di Enzo Tortora. Una storia fatta di successi e benessere ma anche di sofferenze e offese. Una storia in due atti, tenuti ben separati da un arresto nel giugno 1983 e da un'accusa, falsa, di associazione a delinquere di stampo camorristico. Fino al 1983, per il pubblico Tortora è un brillante giornalista e bravo presentatore, uno dei primi a dare voce alla sterminata provincia italiana. I suoi programmi (tra i più celebri La Domenica sportiva e Portobello) fanno storcere il naso ai critici ma registrano altissimi indici di ascolto e di gradimento. Poi, d'improvviso, qualcosa si spezza e con la fotografia in bianco e nero del presentatore in manette comincia il secondo tempo. Le parole di alcuni pentiti in cerca di facili concessioni e l'ostinazione di un gruppo di magistrati della procura di Napoli trasformano d'un tratto il conduttore genovese in un malavitoso dedito al traffico di droga. I riflettori si spengono. Le telecamere si voltano e dagli studi tv si piomba direttamente in galera, senza passare dal via. Un viaggio all'inferno e ritorno che finisce per ammazzare Tortora, sotto forma di un cancro ai polmoni. Nel libro Applausi e sputi (Sperling&Kufner) il giornalista Vittorio Pezzuto ha raccontato per la prima volta in modo compiuto le vicende della vita privata e professionale di Tortora. Emerge una figura alta, complessa, colpevolmente dimenticata dal Paese.
Il sottotitolo del libro, “Le due vite di Enzo Tortora”, parla chiaro. Sembra volere ricordare agli italiani che Tortora non è stato solo una vittima della cattiva giustizia.
«E' così. Sono fermamente convinto che Tortora sia stato ammazzato due volte. La prima dai magistrati che l'hanno perseguitato e dai giornalisti che per piccineria ne hanno divorato l'immagine. La seconda volta è stato ucciso dalla memoria storia dell'Italia, nella quale resta soltanto il ricordo del “povero Tortora”, vittima della malagiustizia. E invece ci si dimentica che è stato non solo un grande presentatore e autore tv ma anche un giornalista capace di scrivere col dono della profezia su un vastità di argomenti».
A Tortora stava stretto il ruolo del “bravo presentatore”.
«Non c'è dubbio. Da giornalista affamato di cronaca si è occupato con passione di tutte le questioni cruciali del secondo Novecento italiano. Con una visione che all'epoca poteva apparire bacchettona e reazionaria. Tortora ha dato ai suoi contemporanei una grande lezione di modernità. E' stato tra i primi ad aderire alla battaglia per l'introduzione in Italia del divorzio. Si è scagliato con ferocia contro il dominio della politica sulla Rai. Ha stigmatizzato le degenerazioni del '68  e non ha risparmiato i colleghi politicamente allineati e coperti. In fondo era un liberale vero quando andava di moda dirsi di sinistra».
Al momento dell'arresto, Tortora è all'apice del successo. Comincia per lui un'odissea che contiene tutti gli ingredienti della peggiore giustizia all'italiana: il protagonismo dei pentiti, la presunta infallibilità dei giudici, la vocazione al linciaggio dei media.
«Direi che i pentiti, nella vicenda di Tortora, si sono macchiati delle colpe più lievi. In fondo cercavano solo di barattare mezze confessioni con un trattamento carcerario soddisfacente. I magistrati, invece, avevano bisogno di Tortora nel maxiprocesso alla Nuova camorra organizzata. Il volto noto era l'architrave del loro castello giuridico: innocente lui, innocenti molti. Non si poteva correre questo rischio».
Cos'è cambiato da allora?
«E' cambiato poco perché sono cambiate poco le regole. Allora come oggi, quando si parla di responsabilità dei giudici la corporazione si difende con lo slogan “Vogliono attentare alla nostra indipendenza”. Non è passato di moda neppure il vizio di depositare in edicola gli atti giudiziari. Lei conosce il nome di un magistrato condannato per non aver saputo tutelare il segreto istruttorio?».
Nel 1987, a 4 anni dall'arresto, la Cassazione conferma la sentenza di secondo grado: Tortora è estraneo ai fatti addebitati. Due anni dopo il Csm archivia le accuse ai magistrati che lo hanno perseguitato.
«Non è un caso che oggi la vicenda di Tortora sia tenuta in un angolo remoto dell'immaginario collettivo. In troppi - magistrati, giornalisti, opinionisti - hanno la coscienza sporca. E sono quasi tutti ancora in circolazione».

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