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Da L’OPINIONE del 30 ottobre 2008
Già milletrecento le adesioni al gruppo voluto dal consigliere napoletano Raffaele Ambrosino
DA FACEBOOK L'IDEA DI UNA VIA TORTORA A NAPOLI

di Barbara Alessandrini

Circa una quindicina di giorni fa la figlia di Enzo Tortora, Silvia, riceve su Facebook un messaggio da parte di un signore che la informa di un'iniziativa messa in campo a Napoli per intitolare una strada e una piazza al padre. A muovere tutto è l'imprenditore napoletano Beppe Caniglia, presidente dell'associazione Punto Azzurro che, in occasione della presentazione del libro di Vittorio Pezzuto “Applausi e sputi, le due vite di Enzo Tortora”, rende nota l'iniziativa lanciata dal capogruppo di FI in consiglio comunale napoletano, Raffaele Ambrosino, di dedicare al noto giornalista e presentatore una via o una piazza di Napoli. Ambrosino decide di creare il gruppo “Enzo Tortora, dedichiamogli una via o una piazza” su Facebook. Nel giro di pochi giorni, i messaggi di adesione, che al momento arrivano a milletrecento, si moltiplicano intasando la posta della figlia di Tortora. Nello spazio dedicato alla spiegazione del gruppo cui hanno aderito Marco Taradash, Daniele Capezzone, Fabrizio Rondolino, il professor Ciro Montella e altri, si legge: «Se la toponomastica è definita la scienza ausiliaria della storia che permette di mantenere viva la memoria, è nostro dovere ricordare Enzo Tortora dedicandogli, un luogo simbolico, una via o una piazza, a Napoli, la nostra città, che deve una sorta di risarcimento storico e morale a questo personaggio unico, incappato in una assurda vicenda giudiziaria e mediatica che potrebbe capitare ad ognuno di noi». Mille trecento persone in pochi giorni che esprimono la volontà di tenere viva la memoria di Tortora pesano. «Tortora - si legge ancora nella nota- è stato il padre di molta televisione di oggi, è stato colui che ha portato la gente comune dentro le trasmissioni, rendendola protagonista a 360 gradi. Ma lo ha fatto con il tocco elegante e mai volgare che gran parte di quei 28 milioni di telespettatori, che si sintonizzavano sulla seconda rete della Rai il venerdì sera, gli riconoscevano. Giaà perché il venerdì sera era la puntata di Portobello...la rappresentazione della cara, buona, semplice provincia italiana». L'abitudine fu interrotta dal suo arresto. Messo in carcere, non senza prima essere passato dalla feroce gogna mediatica, con l'accusa di associazione per delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. E in base ad un impianto accusatorio solo ed esclusivamente incardinato sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra e da altri 8 imputati nel processo alla cosiddetta Nuova Camorra Organizzata. « Tutti coloro che prima lo osannavano - si legge ancora - ora gli giravano le spalle tranne alcune rare, anche se prestigiose eccezioni come Enzo Biagi, Piero Angela, Giorgio Bocca». Seguirono gli anni durissimi per dimostrare la propria innocenza. Il giornalista divenne poi deputato per il Partito Radicale al Parlamento Europeo con una candidatura arrivatagli in segno di sostegno per la vicenda giudiziaria da cui è uscito riabilitato, purtroppo solo pochi mesi prima di morire.
E, dopo l'assoluzione in formula piena dalla Corte di Appello di Napoli, il ritorno in video, il 20 febbraio del 1987, sempre con “Portobello” dal cui set pronuncerà le celebri parole: «Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L'ho detto, e un'altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi; sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta». Il dolore e la salute non gli consentirono di tornare a fare come una volta. Adesso, ironia della sorte “bizzarra e cattiva” (tanto per usare le parole del suo conterraneo Bruno Lauzi), Facebook ripropone il meccanismo inaugurato dal povero Tortora con “Portobello”, un mercatino che si trasforma in grancassa. Allora venivano collegate persone ed i partecipanti potevano vendere, o cercare, oggetti o idee e farsi contattare dal pubblico da casa. Ora c'è da dare appoggio ad una proposta destinata al Consiglio comunale di Napoli.

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