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Da IL CORRIERE DELL’UMBRIA del 30 ottobre 2008
Il complesso lavoro di ricostruzione biografica di Vittorio Pezzuto
ENZO TORTORA, GIORNALISTA CON IL CULTO DELLA LIBERTA'

di Riccardo Migliorati

Venticinque anni è l'intervallo che scandisce lo scorrere delle generazioni umane ma è anche il primo stadio evolutivo che segna la metamorfosi della cronaca verso la storia. Un ragazzo italiano che oggi abbia meno di trent'anni può legittimamente non sapere chi sia stato Enzo Tortora, i suoi successi televisivi rimasti insuperati non vengono più ricordati nemmeno da chi se ne giovò lautamente, come anche l'odissea giudiziaria che minò in maniera determinante la carriera e la vita stessa di Tortora appartengono ormai quasi solo alla memoria della sua grande famiglia, quella che dal calore più stretto dei suoi cari si allarga fino all'abbraccio di quel Partito Radicale che spalancò le sue porte all'uomo Enzo nel momento di maggior solitudine.
L'occasione per rispolverare oggi una vicenda che riecheggia le atmosfere letterarie de “Il processo” di Kafka ce la dona, con un merito che non può non essere ricambiato da riconoscenza, Vittorio Pezzuto con il voluminoso “Applausi e sputi. Le due vite di Enzo Tortora” (Ed. Sperling&Kupfer, 520 pag., 15 euro), di fatto la prima vera e completa biografia del giornalista genovese. Lo sguardo di Pezzuto non è neutro rispetto ai fatti, il “caso Tortora” lo segnò negli anni della sua formazione politica (a 16 anni il nostro già frequentava il PR) e culturale tanto da spingerlo a fare di quella tragedia umana l'oggetto della propria tesi di laurea. Ma l'amicizia cementata negli anni bui del dolore e della lotta non fa velo per nulla sulla scientificità dell'opera.
Chi è stato Enzo Tortora? Fondamentalmente un giornalista di vaglia, con un culto pressoché assoluto per la libertà. Dopo la laurea in Giurisprudenza vince un concorso in RAI e comincia una fulminante carriera che in breve tempo lo porta dalla radio alla conduzione di fronte alle telecamere. Il grande successo arriva con “Campanile Sera” (1959) ma poi nel corso di una puntata di “Telefortuna” (1962) si rifiuta di censurare un'innocente caricatura di Amintore Fanfani fatta da Alighiero Noschese e viene cacciato dall'azienda, ripiegando nella vicina Svizzera. Dopo tre anni di esilio è tempo per il rientro in RAI con la conduzione de “La domenica sportiva”, in cui introduce la famigerata moviola e gli ospiti in studio. Il successo del programma è costante ma Enzo non cambia la propria natura di uomo libero. In un'intervista a Oggi confida di voler abbandona una tv troppo irregimentata e bloccata, «la RAI è ormai un baraccone insostenibile - sostiene - finché non ci sarà concorrenza sarà sempre così». Una frase da liberale autentico che gli costerà stavolta il licenziamento in tronco. Nel 1977 sarà l'amico Massimo Fichera a pregarlo di tornare in RAI. Tortora accetta, ma solo da libero professionista, mai più in esclusiva. Così sua sorella Anna propone il progetto che rimarrà nella storia, quel Portobello del venerdì che ancora oggi risulta il programma tv più seguito nella storia. Nei primi anni Ottanta partecipa alla nascita di Rete 4 poi, come un fulmine a ciel sereno, arriva il trauma che segna l'inizio della sua seconda vita.
Nel contesto di una maxiretata senza precedenti (856 arresti) ordinata dai sostituti procuratori Lucio Di Pietro e Felice Di Persia e ispirata dalle confessioni di due “pentiti” della camorra, Giovanni Pandico e Pasquale Barra, affiliati al clan Cutolo e compari di Turatello, Enzo Tortora viene arrestato con l'accusa di traffico di droga e associazione malavitosa. E' l'inizio di una pochade giudiziaria surreale e grottesca che nemmeno un moderno Molière sarebbe stato in grado di concepire. Un pittoresca compagnia di millantatori, mentitori patentati e avanzi di galera assunti al grado di testimoni attendibili fanno a gara per affibbiare a Tortora l'incredibile patente del perfetto camorrista. Si tratta di una panzana galattica ma l'ordine giudiziario e gran parte dei cronisti fanno quadrato attorno alla Procura. Enzo è ora davvero un uomo solo. Pannella è l'unico politico a intuire l'errore colossale e propone a Tortora di capeggiare le sue liste alle elezioni europee per dare massima risonanza al suo caso (1984). Sarà un trionfo assoluto. Enzo rinuncia subito all'immunità, si dimette e si consegna alla giustizia. Il calvario processuale viene così affrontato nella brutale assurdità senza riparo o paracadute ma solo munito del conforto dato dal sapersi innocente. In primo grado il pubblico ministero Diego Marmo chiederà e otterrà una condanna pari a dieci anni. Per Tortora cominciano gli anni bui di prigionia fino al processo d'appello. La salute comincia a segnare il passo ma finalmente il 15 settembre 1986 il giudice Rocco leggerà la sentenza di totale assoluzione dalle accuse di associazione a delinquere di stampo camorristico e di spaccio di droga che farà implodere come un castello di sabbia quel teorema mai dimostrato figlio del delirio di criminali patentati cui non è stato chiesto l'onere della prova. Tortora avrà però solo il tempo di riaffacciarsi dagli schermi del suo “Portobello” (1987) per riabbracciare il pubblico («Dove eravamo rimasti?» dirà all'accendersi delle telecamere), poi un cancro ai polmoni non casuale lo costringerà al ritiro fino all'epilogo della morte (1988).
A fine lettura è spontaneo chiedersi cosa abbia imparato l'Italia da questa amara vicenda. Enzo Tortora è morto a 60 anni di cattiva giustizia e giace in terra senza aver mai ricevuto le scuse da chi lo condannò come da nessuno dei tanti che lo calunniarono affrettatamente, la responsabilità civile dei magistrati è stata di fatto esautorata da una legge che ha annacquato l'esito del referendum e come tutti i loro colleghi anche i giudici Di Pietro (Lucio), Di Persia, Sansone e Marmo si sono giovati dell'avanzamento automatico degli scatti di carriera senza nulla pagare. Similmente anche il nostro Ordine dei giornalisti, come ogni cosa perennemente in attesa di riforma in questo Paese, ha attraversato indenne interi decenni rimanendo immacolato, sempre uguale a se stesso. E' il segno del destino di un Paese in cui, come in Sicilia per il principe di Salina ne “Il gattopardo”, è bene che tutto cambi purché rimanga come prima.
Dal giovane Pezzuto viene però oggi un esempio di impegno civile e di memoria storica che oltre a omaggiare un grande italiano ci sprona a far sì che il ricordo del passato sia soprattutto ragione dell'agire per l'oggi. Anche per ciò questo bel libro dovrebbe circolare il più possibile tra quei giovani che, si spera, potranno almeno un giorno avere la possibilità di diventare la classe dirigente dell'Italia di domani.

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