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Da GENOVA-ZENA, gennaio 2009
ENZO TORTORA, UN UOMO NORMALE
di Francesco Mortola

Un uomo normale, esattamente il contrario di quello che i magistrati hanno voluto far apparire per giustificare uno degli errori giudiziari più clamorosi nella storia della giustizia italiana. Il 30 novembre scorso si è celebrato l’anniversario dell’ottantesimo anno della nascita di Enzo Tortora. Nell’occasione i tifosi genoani gli hanno intitolato un club, perché Enzo era affezionato alla prima squadra d’Italia. In coincidenza è stato presentato il libro di Vittorio Pezzuto “Applausi e sputi, le due vite di Enzo Tortora”, che rende ancor più giustizia a una persona uccisa da un ingranaggio che purtroppo è ancora ben presente nel nostro Paese, assolutamente immaturo quando si parla di amministrazione del codice penale. Per ricordare Enzo e svelarne aspetti inediti, Genova-Zena ha intervistato per voi la sua ex compagna, colei che gli è stato accanto negli ultimi anni di vita, Francesca Scopelliti.
Signora Francesca, tutti conoscono l’Enzo Tortora televisivo. Ci descriva Enzo com’era veramente.
«Al contrario di lustrini e paillettes, vizio e spettacolo come l’hanno costruito mentendo i magistrati napoletani, Enzo era l’esatto opposto: un uomo normale, semplice. Amante della vita tranquilla, molto vicino alle esigenze degli altri. Quando lavorava in tv, essendo un perfezionista, non si limitava a vedere i risultati in termini di audience ma desiderava che tutti i suoi collaboratori, dal regista all’ultimo dei cameraman, avessero le soddisfazioni meritate. Anche il più semplice degli operatori riceveva da Enzo gratificazioni affettuose».
Era innamorato del suo lavoro, ma nel tempo libero coltivava altre passioni?
«Era pazzo per la lettura. Quando si usciva a fare shopping si andava solo nelle librerie. Stava ore a visitare stand per stand, consultava tutte le pubblicazioni prima di scegliere. Portava a casa decine di libri, gli bastavano 24 ore per ‘divorarne’ uno. Tra i suoi preferiti Sciascia e Stendhal. Amava stare con gli amici e dava vita a dibattiti culturali di grande spessore. Aveva raggiunto un livello di cultura impressionante».
Uomo di cultura, più incline a parlare con gente semplice che con i potenti. Uno dei motivi per i quali non ha avuto vita facile nel mondo dello spettacolo.
«Enzo ha sempre detto quello che pensava. Quando è stato mandato via dalla Rai da lui definita un jet pilotato da un boy scout non ha certo avuto rimorsi. Un uomo che ha fatto carriera solo grazie ai suoi meriti e alla sua cultura non si ferma certo per questo. Ha ricominciato sapendo di poterlo fare perché questa era la sua grande forza, quella di essere un uomo libero, onesto intellettualmente al punto da rinunciare a 100 milioni di lire per non tradire un amico. Come fa uno così a vendersi per molto meno come hanno sostenuto i magistrati napoletani? Già solo da questo si poteva capire che Enzo non c’entrava nulla».
Enzo Tortora nella vita di tutti i giorni.
«Enzo era vegetariano. Amava molto le minestre di orzo e crusca. Spesso si andava in un ristorante a Milano, vicino a casa nostra, dove cucinavano piatti di questo tipo. Poi ha scoperto che sapevo star bene davanti ai fornelli e allora…».
Momenti belli e brutti al suo fianco.
«Quando era agli arresti domiciliari Enzo aveva inventato i pomeriggi culturali. Stavamo in salotto, aveva centinaia di libri di cui sapeva tutto. Ne prendeva uno a caso, traeva dei riferimenti geografici e storici che finivano per condurre a un’altra pubblicazione e così via. Di ogni volume ti sapeva dire tutto e anche di più. Era una dimostrazione di cultura affascinante e al tempo stesso entusiasmante. A volte si inventava le interviste impossibili. Si interrogava fingendo di essere Carducci, Leopardi e rispondeva in maniera impeccabile. Conosceva anche le virgole di questi grandi personaggi. Momenti brutti ce ne sono stati ma mai ho avuto la sensazione che Enzo potesse cedere. A volte tornavo a casa e camminava avanti e indietro nel corridoio come un leone in gabbia. Leone, appunto».
Una guerra vinta, quella contro i magistrati napoletani, a scapito però della vita.
«Il 17 giugno a Regina Coeli, poco dopo il suo arresto, Enzo ha scritto: “Mi è scoppiata dentro una bomba al cobalto”. Sapeva già di rimetterci la vita. Il tumore che lo ha portato via è nato in quel momento, grazie a magistrati tipo Lucio Di Pietro. Ma è riuscito a combattere la malattia fino a che non ha vinto la sua guerra. Da vecchio liberale quale era, si è reso conto che qualcosa non funzionava nel nostro sistema giudiziario. Ha combattuto per lui ma anche per gli altri, perché non si ripetesse più un caso Tortora. Purtroppo devo dire che la sua assenza nella battaglia per una giustizia giusta si sente moltissimo. Non si sono fatti passi avanti da allora. Grazie a una politica complice di taluna magistratura, la responsabilità dei giudici continua a essere una chimera. Il caso Tortora avrebbe dovuto fare da pilota per le riforme, ma vedo molta pigrizia in chi dovrebbe farle».
Enzo Tortora e la sua Genova.
«Ho un ricordo molto bello di questo. Venivamo giù in treno perché a entrambi non piaceva guidare. Non vedeva l’ora di infilarsi in un taxi e cominciare a parlare in zeneize. Frasi semplici tipo “che tempo che fa”, dialogava col tassista e aveva il viso di chi si stava gustando il piatto preferito. Quando poi si tornava a casa io cercavo di ripetere qualche parolina in dialetto ma, essendo calabrese, non ero proprio il massimo. Allora lui, con grande classe e ironia, mi faceva capire che non era il caso di continuare. Sono felice che la sua Genova ami ricordarlo. Intitolare un Genoa club al suo nome mi pare il modo migliore per farlo. Come amava fare lui, genovese di poche parole. Appunto, alla Tortora».

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