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Da CORRIERE DI MAREMMA del 15 gennaio 2009
Francesca Scopelliti ricorda vita e aneddoti (maremmani) del grande giornalista
L'INCREDIBILE VICENDA DI TORTORA, COLPEVOLE PERCHÈ TROPPO INNOCENTE

di Francesca Scopelliti

Tortora era di casa in Maremma. Dopo averla scoperta la scelse come sua seconda patria perché ne conosceva la storia nobile e semplice, ne amava la cultura, schietta e profonda, la natura aspra e selvaggia, ne ammirava le tradizioni con quei butteri il cui stile di vita era così lontano dal suo, con quei colorati maggerini o con i Madrigalisti di Magliano di cui fu presidente. Per questo sono contenta che Enzo venga ricordato anche a Grosseto con questo libro che lo racconta fedelmente. “Applausi e sputi”, un titolo forte come il racconto. Un libro vero, reale, scritto con lo stile del giornalismo di indagine e condito con un pizzico di affetto. Mi piace. E infatti è lì, sul mio comodino perché ogni tanto amo rileggerne qualche pagina. A dire la verità, alla sua pubblicazione fui presa dall’“invidia”: avrei voluto scriverlo io un libro così ma dopo averlo letto ho capito che il mio coinvolgimento affettivo, il mio essere troppo di parte, non avrebbe lasciato alla vita di Enzo, prima, e alla vicenda giudiziaria, poi, quella credibilità di “storia vera”, così ricca e assurda da sembrare un romanzo. Non avrei saputo raccontarla così bene, con garbo e con verità, con la mente prima ancora che con il cuore, come invece ha fatto Vittorio Pezzuto al quale va - oltre al mio grazie - il merito di aver restituito al Paese la memoria di Enzo. Un ricordo da trasmettere al suo pubblico e a chi non lo ha conosciuto, ai giovani soprattutto, proprio per il suo limpido esempio di uomo libero, onesto, perbene che solo un sistema penale incancrenito e una magistratura proterva quanto irresponsabile potevano coinvolgere in una assurda vicenda giudiziaria.
Un ricordo da contrapporre a quanti volevano che ci si dimenticasse di quest’uomo “antipatico” perché troppo “perbene”, “colpevole” perché troppo “innocente” e che rappresenta un po’ la nostra cattiva coscienza. Non solo perché accusato ingiustamente ma anche perché quella vicenda lo ha reso protagonista di una difficile battaglia per la giustizia giusta rivolta a risolvere non il suo processo ma il ben più grave “caso Italia”
“Le due vite di Enzo Tortora”, recita il sottotitolo. La prima che vede un giovane genovese farsi strada nel giornalismo - senza “protettori”, solo con la forza delle sue capacità, della sua intelligente curiosità, della sua cultura - fino a diventare un popolarissimo presentatore televisivo. La seconda in cui si racconta - atti alla mano - la vicenda giudiziaria che lo vide suo malgrado protagonista. Angeli e demoni, rosso e nero, sarebbero i giusti titoli letterari. Due estremi inconciliabili: un giovane in carriera che rinuncia al contratto con la Rai pur di muovere liberamente le sue critiche a quel «jet colossale guidato da un gruppo di boy scout» è incompatibile con chi si mette al servizio di un capocamorra. Un uomo che rinuncia a cento milioni (siamo negli anni Settanta) pur di non tradire un amico non può aspirare a fare soldi con il traffico di stupefacenti. Eppure a Napoli, senza uno straccio di prova, hanno tentato di presentarlo come un Al Capone made in Italy.
Nella prima lettera dal carcere di Regina Coeli Enzo scrive: «Mi è scoppiata dentro una bomba al cobalto». Quel giorno fu scritta la più brutta pagina della nostra storia democratica. Quel giorno è nato il male che lo ha stroncato, che lo ha minato nel corpo, certo, ma non nella sua moralità di uomo perbene. Un male che Enzo ha dominato fino alla fine perché aveva degli appuntamenti irrinunciabili: avere il riconoscimento della sua completa innocenza, dare voce a quanti in carcere non avevano voce e avviare nelle sedi istituzionali la battaglia per la giustizia giusta, ritornare sugli schermi di Rai 2 e riprendere il dialogo interrotto con il suo pubblico («Dunque, dove eravamo rimasti», ricordate?), doveva portare a termine la campagna referendaria per la responsabilità dei magistrati. Un referendum voluto dai Radicali di Marco Pannella, vinto con oltre l’ottanta percento di sì e tradito purtroppo da una pessima legge. Assolti questi compiti, il male ha preso il sopravvento. E la sua storia, il suo esempio, la sua morte non hanno insegnato nulla. Da allora, lo scenario giuridico, sociale, politico e legislativo è rimasto inalterato: quei malesseri del sistema penale che hanno reso possibile il caso Tortora ci sono ancora tutti. Ancora oggi un cittadino onesto può essere coinvolto nel tritacarne della giustizia, un termine coniato da Enzo la cui “suggestione” linguistica (Tortora amava parlare per immagini per rendere più esplicito il suo pensiero) vale più di tante parole.
Qualche esempio? Il caso di quell’imprenditore lombardo colpevole di avere un’automobile rossa uguale a quella di alcuni trafficanti di droga: dopo 8 anni di carcere è stato dichiarato innocente, gli è stato riconosciuto un indennizzo economico e dedicata una fiction ma niente e nessuno potrà rendergli quel tempo della sua vita. O ancora la storia di quel pescatore pugliese accusato di omicidio e scagionato - dopo 18 anni di reclusione - dal vero assassino che, per fortuna, confessa la sua colpa prima di morire.
La fortuna. «Buona fortuna» disse a Tortora dopo un interrogatorio a Napoli uno dei magistrati, ma l’aiuto della dea bendata lo si invoca nel gioco, nella lotteria, non nell’amministrazione della giustizia. Oggi più che mai si registra il disorientamento dell’opinione pubblica di fronte alla crisi della giustizia e le ultime vicende (Potenza, Salerno, Catanzaro) ma anche i casi non risolti (Gragnasco, Perugia) e ancor più quei casi risolti i cui responsabili di reati gravi rimangono a piede libero, hanno portato la gente a non capire più dove è la verità e la bugia, il bene e il male. Il cittadino percepisce la giustizia come qualcosa di estraneo, legato a logiche oscure e di conseguenza perde la fiducia. Davanti a un arresto non demonizza l’imputato ma non esalta neanche il magistrato perché  l’imputato potrebbe essere colpevole, ma il magistrato potrebbe anche sbagliare.
I sondaggi che confermano la sfiducia nella magistratura e nella giustizia dovrebbero far dire che è il momento non più rinviabile di restituire ai cittadini una giustizia giusta con quelle riforme coraggiose quanto necessarie che non sono state attuate sia per una classe politica troppo legata, verrebbe da dire collusa, ad una parte di magistratura (quella mediaticamente più forte) che vuole che tutto rimanga così per non perdere il potere raggiunto, sia per una classe politica incapace di assumere il processo napoletano come “caso clinico” dal quale partire per correggere i malesseri del sistema penale. Servono riforme vere e non slogan. E invece persino il “giusto processo” ribadito anni fa in una riforma costituzionale ha un mero valore propagandistico.
«I magistrati hanno troppo potere» dice oggi Luciano Violante. E a lui si unisce Nicola Mancino il quale auspica un Csm - di cui è vicepresidente - alleggerito dal numero dei togati eletti dalle correnti della magistratura e dal peso che queste ultime hanno nei “palazzi”.  E se lo dicono anche loro vuol dire che davvero il malato è grave e che la cura non è più procrastinabile. Una cura culturale prima di tutto, attuata dalla stessa magistratura. Poi si potrà anche rivedere l’obbligatorietà dell’azione penale, la responsabilità dei magistrati o provvedere a quella divisione delle carriere vista da molti giuristi come riforma indispensabile per parallelizzare accusa e difesa. Lo stesso Giovanni Falcone, il quale viene assunto a “pillole” secondo le convenienze, scriveva che «col nuovo codice di procedura penale il pubblico ministero può essere solo parte. Egli deve adattarsi al suo nuovo ruolo di non giudice e trasformarsi in una sorta di avvocato della polizia». E lasciare al giudice, terzo e imparziale, la valutazione delle prove a carico, soprattutto quando le prove sono rappresentate dalle dichiarazioni dei pentiti che sono stati e sono ancora lo strumento più comodo per gli investigatori e più nefasto per la giustizia giusta.
Dichiarazioni concordate - quelle dei pentiti - più che concordanti. Ad accusare Enzo erano diciassette farabutti, diciassette calunnie assurte a verità senza uno straccio di prova. Diceva Sciascia che «la mafia non si batte con la bestialità ma con lo stato di diritto» e invece la bestialità si ripropone in nome di questa o quella emergenza di turno: il crimine organizzato, la corruzione dei partiti, l’accanimento giudiziario nei confronti di questo e quel leader politico. Inchieste nelle quali molto spesso il diritto non trova spazi di sopravvivenza, ma la “subrettizzazione” sì con quella violazione del segreto di indagine che si avvia quasi alla liceità, diventata una costante neanche più perseguita nel nome del diritto di cronaca. Il circolo mediatico-giudiziario: il terzo attore della commedia della malagiustizia. Un’informazione che manca di disciplina costituzionale, legislativa e deontologica e genera abusi, violazioni, irresponsabilità. Cronache giudiziarie che condizionano la vita delle vittime con una violenza psicologica grave quanto quella fisica, che lasciano un marchio sull’imputato, colpevole a prescindere. Sedicenti giornalisti che si riducono ad essere le “veline” della procura come ammette Paolo Gambescia, che in quegli anni ha seguito l’inchiesta napoletana: «Ho contribuito a distruggere un uomo», dice oggi. «Si è trattato del più grosso errore della mia carriera, commesso nei confronti sia dell’uomo che della mia stessa professione. Sono infatti venuto meno alla prima regola del giornalismo: interrogarsi costantemente sulle cose che accadono e non credere a nulla fino a quando non sono state accuratamente verificate le fonti e i fatti». E per uno che chiede scusa, tanti altri fanno spallucce.
Questo, senza fantasie letterarie o esagerazioni di parte, è la morale della vicenda di Enzo Tortora e che questa non abbia insegnato nulla, che si sia sprecata inutilmente una vita, che non si sia fatto tesoro di un’esperienza che avrebbe dovuto suggerire le soluzioni provoca una nota di amarezza e di delusione. Amarezza e delusione, non certo resa. Leonardo Sciascia nell’editoriale in memoria di Enzo scrisse una frase riportata anche sulla sua tomba: «…che non sia un’illusione».  Ad oggi lo è. L’impegno di tutti noi è che non lo rimanga ancora in futuro. E la lettura di questo libro aiuta a rafforzare in ognuno di noi una coscienza critica. Non contro qualcuno ma a favore dei sacrosanti diritti di tutti. Perché, come diceva Tortora, occuparsi di giustizia significa occuparsi di igiene sociale. Perché un paese civile è quello in cui un innocente, una persona perbene non subisce la gogna di un’accusa ingiusta. Un paese in cui non si muore di ingiustizia.

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