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Da CORRIERE DI MAREMMA del 16 gennaio 2009
Intervista all'autore di “Applausi e sputi”. Domani presentazione del libro in Sala Pegaso (ore 16)
«Così uccisero l'uomo che cambiò la tv»
Pezzuto: «A 25 anni dall'arresto tutto come prima: la casta sa proteggersi»


GROSSETO - Il tour in tutta Italia è in corso da mesi. E domani farà tappa anche a Grosseto. Dove Vittorio Pezzuto presenterà (dalle 16 in sala Pegaso, incontro coordinato da Giuseppe Silvestri, caposervizio del Corriere) il suo libro dedicato alla vita di Enzo Tortora. “Applausi e sputi” non è solo una biografia, è anche la fotografia di un’Italia, quella di un quarto di secolo fa, diventata ormai storia, ma le cui ombre continuano a essere drammaticamente attuali.
Pezzuto, come le è venuta l’idea di scrivere un libro su Tortora?
«Dalla constatazione che a 25 anni dall’arresto e a 20 dalla morte, nessuno aveva sentito l’esigenza di tracciare con una biografia la vicenda giudiziaria, umana e professionale di quello che è unanimemente considerato il personaggio più popolare e importante della televisione italiana. Ho sentito l’esigenza di ricostruire con completezza la sua vita per raccontare chi è stato Tortora. Perché troppo spesso il suo ricordo è stato schiacciato sotto il peso dell’inchiesta di cui è stato vittima. A Hollywood la sua storia avrebbe fatto la fortuna degli sceneggiatori, in Italia è stata dimenticata».
Ecco, chi è stato Tortora?
«Una star anomala rispetto al contesto televisivo, con una ricchezza di personalità unica. Una star che viene improvvisamente scaraventata nel baratro di una cella e che fino alla fine lotta per affermare la propria innocenza e ristabilire la verità. Anche se la sua morte prematura fu originata dall’arresto. “Mi hanno fatto esplodere dentro una bomba al cobalto” scrisse dalla cella alla sua compagna, Francesca Scopelliti. Il suo cancro nacque lì».
Lei parlava della tv. Come l’ha cambiata Tortora?
«Fu un uomo di grandi intuizioni. Trasformò completamente la “Domenica sportiva” da freddo almanacco di cifre ad affresco della giornata sui campi. Capì l’importanza della moviola, valorizzò gli sport minori. E poi fu il primo a battersi per la libertà di antenna e contro il monopolio televisivo, una battaglia che pagò a caro prezzo perché dalla Rai fu cacciato due volte, dopo aver puntato l’indice sulla gestione tutta politica della tv di Stato. Ma non solo. Nel 1981 con “L’altra campana” inventò le nomination e la tv interattiva, con un sondaggio settimanale cui la gente partecipava accendendo o spegnendo la luce, con l’Enel che dava in diretta i risultati basandosi sulle variazioni di consumo. A lui si deve il primo spogliarello in tv, in una rubrica su Antenna 3 Lombardia. Fu il primo a portare in tv il gossip o comunque la cronaca rosa a “Cipria”, trasmissione di Rete 4: ogni settimana faceva cantare un noto politico, esponendolo al ridicolo ma facendogli acquisire popolarità. E nel suo ultimo programma, “Giallo” del 1987, si occupò di mistero e investigazione, capendo le potenzialità del filone e aprendo per primo al metodo di indagine basato sull’impronta biologica in uso a Scotland Yard. Altro non era che la prova del Dna. Teoria che allora in Italia nessuno conosceva».
Tortora però è ricordato soprattutto per Portobello. Cosa aveva di straordinario?
«E’ stata la trasmissione più vista della storia, con punte di 25 milioni e una media di 20-21. Molte rubriche hanno generato filoni della tv moderna, ma la formula fu vincente soprattutto perché trasformò la tv in una tv di servizio, dove non erano protagonisti solo attori, cantanti o concorrenti ma persone comuni. Tortora ribaltò gli schemi, capì che anche le persone normali potevano avere storie straordinarie da raccontare. Anche se lui riteneva che il suo grande talento fosse scrivere. Dopo che la Rai lo allontanò, collaborò per anni con i quotidiani».
Che persona era?
«Complessa, con un carattere strutturato. Non gli interessava essere simpatico a tutti i costi. E aveva una grande passione per i libri. Ne aveva migliaia».
Che tipo di ricerca c’è stata dietro il libro?
«Notevole. Ho raccolto un archivio che non esisteva, circa 15mila documenti tra suoi articoli, scritti che lo riguardavano e rassegna stampa del suo caso giudiziario. Una storia incredibile. E altrettanto incredibile è che nessuno avesse mai pensato di farci un libro».
Cosa l’ha sorpresa in particolare?
«Quello che racconto nella prima parte del volume. Ovvero chi era Tortora. Più andavo avanti e più mi rendevo conto che i giornalisti avevano disegnato un Tortora che non esisteva. Contro di lui scese in campo una vera e propria associazione a delinquere. Fu un’inchiesta dettata dai pentiti, ma nella quale i pentiti sono i meno colpevoli. I grandi protagonisti furono i due magistrati che lo spedirono in galera: Felice Di Persia che poi è diventato membro del Csm e Lucio Di Pietro, attuale procuratore generale a Salerno. Un caso che dimostra come i magistrati possono commettere errori aberranti e fare carriera».
Beh, dopo 25 anni non è cambiato nulla, però...
«Già. E proprio a Salerno e a Catanzaro recentemente ne abbiamo avuto una prova. Tra i giornalisti solo Paolo Gambescia ha chiesto scusa alla famiglia Tortora per ciò che aveva scritto. Nessuno degli altri pennivendoli antropofagi che si sono dilettati nel costruire pezzo dopo pezzo un’immagine falsa di Tortora si è fatto sentire o è stato allontanato dal giornale».
Ha conosciuto Tortora?
«In maniera sporadica. Avevo 16 anni ed ero un militante genovese del Pr. Non pensavo che un giorno sarei stato il suo biografo. Ricordo una persona determinata. Tortora ci ha lasciato un grande lezione: quella di un uomo che non è stato vinto, ma che ha vinto».
E la sua più grande vittoria quale fu?
«Quella del 1987, il referendum per affermare la responsabilità civile dei magistrati. Una vittoria tradita dal Parlamento che mutò la legge rendendo farraginosa la procedura per ottenere il rimborso, tra l’altro dietro il giudizio di altri magistrati, colleghi di chi ha sbagliato, soldi versati dallo Stato e non dal giudice. Ancora una volta la casta ha saputo proteggersi».
Ultima cosa. Presentando il libro cosa ha percepito tra la gente?
«Con mia grande sorpresa ho riscontrato un interesse sempre crescente. Da mesi le richieste di presentazione del libro si accumulano nella mia casella di posta elettronica. La speranza è che la lezione che Tortora ci ha lasciato serva a qualcosa».

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