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Da IL RIFORMISTA del 3 settembre 2008
Giustizia. Piroso rivive un assurdo italiano
C'E' ANCHE LA FORLEO NELL'ODISSEA DI TORTORA

di Stefano Ciavatta

«Tortora venne cacciato dalla Rai due volte: la prima nel ’62 per un’imitazione di Amintore Fanfani fatta da Alighiero Noschese, che pure era stata approvata ma qualcuno in Rai a cose fatte volle essere più realista del re. Senza neanche una polemica Tortora se ne andò a lavorare altrove. Poi nel 1969 venne licenziato per un’intervista al settimanale Oggi in cui aveva definito la Rai un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy-scout che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne. Ma non volle mai essere un martire da palcoscenico, non come oggi che se non ti fanno lavorare c’è il regime e se lavori invece va tutto bene. Applicate pure questo concetto a chi volete». Il voi è riferito alla platea della centrale idroelettrica Fies, a Dro in provincia di Trento, che ha assistito alla ricostruzione del caso giudiziario di Tortora da parte del direttore de La7 Antonello Piroso, andato in onda ieri sera su Speciale Omnibus.
Il riferimento ai professionisti della satira censurata e delle tecniche di regime Daniele Luttazzi e Sabina Guzzanti è fin troppo esplicito e non potrebbe essere altrimenti. «Dunque, dove eravamo rimasti?» si chiedeva Tortora ritornando a Portobello nel 1987 pochi mesi prima che anche la Cassazione gli desse ragione. Siamo rimasti che la sua vicenda è diventata una pietra di paragone per giudicare la continua parata di analisi apocalittiche e outing civili, scenari autoritari ed esili dorati dei comici irriverenti prestati alla politica e finiti per confondere l’essere vittima di un’ingiustizia con l’essere vittime di se stessi.
Per Tortora invece parlano i fatti, «sono finito in mano alla furbizia dei pentiti» dichiara in televisione pochi giorni prima di morire. E i pentiti che inventano il caso Tortora fanno sul serio, tanto che la sua - dieci anni di carcere e 50 milioni di lire di multa - sarà una delle pene più pesanti tra quelle inflitte ai 137 dei 241 imputati del maxi-processo alla camorra del 1985.
Nel 1983 il quarto moschettiere della Rai (dopo Mike Bongiorno, Corrado e Pippo Baudo), l’inventore di Portobello, il giornalista affermato, il conduttore popolare della Domenica Sportiva, viene arrestato con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico dalla Procura di Napoli. Un arresto effettuato alle 4 del mattino quando le rotative dell’omonimo giornale avevano già chiuso con la notizia in pagina, mentre in carcere a Roma Tortora ci sarebbe finito solo molte ore dopo, per una non casuale passerella per la stampa.
Tra i Palasport pieni di solidarietà per qualche battuta fuori luogo e la gogna mediatica subita da un innocente, arrestato all’apice della sua carriera e ingiustamente accusato di essere un camorrista e uno spacciatore, il confronto è disarmante, tanto più con la morte di mezzo. Il contrappasso con la popolarità e con una certa spigolosità del personaggio è stato feroce. Da giornalista della carta stampata e della tv aveva espresso giudizi sferzanti contro Emilio Fede «genero di prima necessità», contro Minà «che non aveva un debole per il sapone», e poi Gaber, Dario Fo, il potentissimo Bernabei «uno squadrista da sagrestia». Ma si era anche battuto per abbattere il monopolio lavorando per le prime emittenti private.
Molti applausi in carriera ma anche sputi, come ricorda il titolo della biografia di Vittorio Pezzuto cui Piroso ha fatto riferimento per la sua performance da teatro civile, meno lineare e trattenuta di un Paolini o Lucarelli. Al momento dell’arresto i primi a scagliarsi contro sono proprio gli indipendenti, Cederna e Montanelli. Tortora scopre sulla propria pelle il livore dei colleghi, i giornalisti di cronaca giudiziaria esulteranno alla notizia della sua condanna. Quattro anni dopo il suo arresto, Tortora sarà poi assolto definitivamente.
Nessuno dei pm e dei giudici dell’inchiesta e del processo è stato mai condannato a risarcire i parenti. Tutti hanno continuato a fare carriera. Addirittura le figlie sono state condannate nel ’94 dal giudice di Milano Clementina Forleo a risarcire il pentito Gianni Melluso (di recente condannato per rapina), che ancora infangava la memoria del presentatore, per averlo denunciato per calunnia. Nessuna diffamazione perché «l’assoluzione di Enzo Tortora rappresenta in realtà soltanto la verità processuale e non anche la verità reale del fatto storicamente accaduto». Ha ragione Piroso che sospira nel finale «Lasciamolo almeno riposare in pace».

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